La sostenibilità dello sviluppo: intervista a Giulia, co-fondatrice di GROWTH

La sostenibilità dello sviluppo: intervista a Giulia, co-fondatrice di GROWTH

Tra tutti i mali che affliggono la cooperazione internazionale, uno dei più gravi è la dipendenza che spesso e volentieri si instaura tra chi fornisce gli aiuti e chi li riceve. Oggi vi presento un’associazione che, invece,  ha come obiettivo principale l’autonomia e la partecipazione attiva delle comunità e degli individui con i quali lavora.

Nonostante la sostenibilità sia ormai diventata un concetto basilare nella progettazione per lo sviluppo, la realtà dimostra che, a volte, i risultati non rispecchiano le intenzioni dei progettisti. Cosa significa? Che dopo tre o cinque anni di lavoro sul campo, l’Ong si ritira e le cose, piano piano, tornano ad essere come erano prima.

Ma come fare perché un progetto possa creare un cambiamento realmente duraturo? Come creare indipendenza, al posto della dipendenza? Ce lo racconta Giulia, co-fondatrice di GROWTH, una Ong fondata nel 2017 in Spagna, a Madrid, e impegnata nella promozione di un tipo di cooperazione internazionale che mette le persone e le comunità al centro del processo di sviluppo, sia nelle fasi di progettazione che in quelle di realizzazione.

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  • Come nasce GROWTH?

“Dopo aver completato i miei studi in “Logistica Umanitaria” nel Regno Unito, ho vissuto diverse esperienze all’estero. In particolare, ho lavorato in contesti post-emergenza sia in Ecuador che in Nepal (dopi i terremoti), realizzando interventi volti alla ricostruzione e allo sviluppo. Sono rimasta colpita dal fatto che i nostri progetti fossero così distaccati dalla popolazione locale, che non era stata né consultata né coinvolta. Ad esempio, uno dei nostri obiettivi era la costruzione di case di bambù (più resistenti in caso di scossa sismica), ma ai locali non è stato insegnato come fare. Una volta andati via noi, avrebbero continuato a costruire in cemento come avevano sempre fatto.

Insieme ad alcuni ragazzi che ho conosciuto lungo il mio percorso come cooperante, è nata l’idea di metterci a lavorare ad un progetto che desse più protagonismo alla popolazione locale. Certo, sarebbe stato piccolo e ci saremmo dovuti accontentare di un compenso minore, ma almeno sarebbe stato in linea con i nostri valori e con quelli che crediamo essere principi imprescindibili per la cooperazione.”

  • Al momento, lavorate con la comunità di Somapura, nello Sri Lanka. Perché proprio Somapura?

“Questa è una bella storia nata proprio dalla fiducia! Due anni fa, quando l’idea di fondare GROWTH non era ancora stata concepita, mi trovavo in Sri Lanka per realizzare un documentario per un orfanotrofio. In questo contesto, ho conosciuto una ragazza proveniente da una comunità rurale della zona. Mi ha parlato moltissimo della sua comunità, tanto che mi sono incuriosita e l’ho visitata a casa sua, dove mi ha accolto con tantissime attenzioni e affetto. Mi ha anche spiegato che la sua comunità era afflitta da gravi problemi. Dopo la mia partenza, siamo rimaste in contatto per un anno: lei continuava a raccontarmi e a informarmi su come la situazione si stesse evolvendo, mentre io pensavo a come avrei potuto aiutare lei e la sua comunità.

Sono tornata in Sri Lanka una seconda volta, accompagnata dal co-fondatore di GROWTH, Martin Lopez. E ancora GROWTH non esisteva! Questa volta siamo rimasti due mesi, ospiti a casa di un’amica della ragazza con cui ero rimasta in contatto. Questa donna era incinta, con un bambino piccolo e un marito che per via di un incidente aveva sofferto gravissimi ustioni. Vivendo due mesi in una comunità rurale dello Sri Lanka, dove la maggior parte della popolazione è buddista, ti accorgi di quanto la cultura locale sia diversa dalla tua e dell’isolamento che caratterizza la loro esistenza. Non sapendo parlare la lingua del posto, dovevamo sforzarci per comunicare in modi alternativi e molto elementari, ad esempio cucinando insieme, condividendo esperienze. Dopo aver rapidamente instaurato un rapporto di fiducia con la nostra ospite, abbiamo cominciato a lavorare al needs assessment, visitando casa per casa tutte le famiglie della comunità. Questo ci ha permesso di gettare le basi per il progetto Somapura.

Tornati in Europa, avevamo ormai le idee molto più chiare! Ed è così che abbiamo fondato GROWTH. In nessun momento abbiamo perso contatto con la ragazza che, per prima, ci aveva fatto scoprire la comunità di Somapura.

Nonostante non ci sia stata da parte nostra nessun tipo di influenza, il nostro si è rivelato un progetto con una forte presenza femminile, grazie alla partecipazione della mia amica conosciuta in orfanotrofio, della “sindaca” della comunità e di molte altre donne locali coinvolte.”

  • Come siete giunti alla pianificazione del vostro intervento?

“Nel nostro caso,  i beneficiari sono stati gli artefici del progetto in sé! Abbiamo passato due mesi andando casa per casa, parlando con tutte le famiglie e facendo un accurato needs assessment. Dall’analisi, sono emerse due necessità primarie: un nuovo sistema per la distribuzione di acqua potabile ed un asilo.

Anche per la realizzazione del progetto ci siamo affidati alla comunità. Invece di imporre una soluzione pensata da noi, abbiamo chiesto: “Come lo fareste voi?”. Come dicevo, ho assistito in altri luoghi alla realizzazione di belle proposte che però non erano in linea con il modo di pensare della popolazione e le loro capacità, ed i risultati non sono stati quelli sperati.

Per finire, anche la costruzione stessa delle infrastrutture verrà affidata alla popolazione locale, sotto la guida di un ingegnere del posto. Il bello è che le persone che lavoreranno al progetto impareranno molto, e potranno a loro volta insegnarlo ad altri.

Una parte molto importante del progetto per l’acqua potabile sarà la formazione WASH per la popolazione, ovvero l’insegnamento di migliori soluzioni e tecniche a livello di igiene e salute.

L’appoggio da parte nostra sarà costante  grazie alla partecipazione di un team multidisciplinare che comprende, tra gli altri, architetti ed ingegneri.”

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  • GROWTH si avvale della collaborazione di volontari in remoto per sostenere il progetto. Ci puoi spiegare quale può essere l’impatto di un volontario che lavora da casa?

“Per me è stata una bella sorpresa! Personalmente, non avevo mai fatto volontariato in remoto, ma grazie ad una piattaforma di reclutamento spagnola (Haces Falta) ci sono arrivate tantissime richieste. Al momento possiamo contare su un piccolo team di fundraising che si occupa di proposal e collaborazioni con le aziende e che ha ottenuto risultati brillanti; ci sono poi diversi traduttori che ci aiutano moltissimo visto che ci rivolgiamo al nostro pubblico in tre lingue: italiano, spagnolo e inglese. Ed infine ci sono i volontari per le comunicazioni.

Questo sistema funziona benissimo, sono molto contenta! Da parte nostra, ci impegniamo a mantenere i volontari informati mandando un report tutte le settimane per raccontare un po’ come si procede.”

  • Ci puoi spiegare perché non sono stati reclutati volontari internazionali per le opere di costruzione necessarie alla realizzazione del progetto? Non sarebbe costato meno?

“Durante le mie due ultime esperienze in Nepal ed Ecuador, ho lavorato con una grande Ong americana che reclutava volontari per le opere di costruzione e ricostruzione. Molti volontari non c’entravano niente con questo tipo di attività. Quando si realizzano opere di costruzione in loco, GROWTH preferisce impiegare tecnici locali. In più, stiamo parlando di infrastrutture per la loro comunità, ed è giusto che lo facciano loro. Anche perché lo sanno fare bene.”

 

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Se desideri saperne di più, puoi visitare la pagina di GROWTH oppure scrivere a info@growth.com.es

 

 

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Se desideri proporti come volontario in remoto, puoi farlo attraverso il portale delle opportunità di volontariato Ayni Cooperazione

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Smontiamo le 7 tipiche scuse di chi non si è ancora deciso a partire

Smontiamo le 7 tipiche scuse di chi non si è ancora deciso a partire

Lasciare casa tua per passare un periodo di tempo all’estero, magari da solo, in un contesto che non conosci può fare paura. E così moltissime persone annunciano per anni l’intenzione di partire per un programma di volontariato all’estero e alla fine non partono mai. Questo post “smonta” le scuse più comuni che ci vengono presentate da chi ha bisogno di una spinta per decidersi a vivere questa fantastica avventura.

“Non ho i soldi”

Non necessariamente c’è bisogno di molti soldi per vivere un’esperienza di volontariato all’estero.  Certo, alcune possono  risultare molto costose, ma non dimentichiamo che esistono i programmi sovvenzionati dall’Unione Europea e dal governo italiano, come lo SVE (Servizio Volontario Europeo) e lo SCN (Servizio Civile Nazionale). Questi programmi coprono tutti i costi maggiori (come viaggio, vitto e alloggio) permettendo anche a chi ha poche possibilità economiche di accedere al mondo della cooperazione.

Per i budget intermedi, si possono anche valutare esperienze a livello europeo o nel nord Africa, che per la vicinanza presuppongono solitamente costi più contenuti.

“Sono troppo vecchio/ troppo giovane”

Il volontariato all’estero non ha età! Anche se sono soprattutto i millenials che approfittano di questa fantastica opportunità, non c’è motivo per cui un minorenne o un pensionato non possano partire. Alcune opportunità sono aperte alle famiglie, altre ai minori di 18 anni, ed infine molte sono le organizzazioni felici di accogliere una persona con anni di esperienza. In nessun caso, l’età è una buona scusa per rimanere a casa!

“Il mio profilo non è richiesto”

Dopo aver esplorato una gran varietà di opportunità di volontariato all’estero, posso dire con assoluta certezza che non esiste al mondo un profilo che non possa essere d’aiuto ad un qualche progetto di cooperazione. Sai cucire? Sai coltivare la terra? Sai raccontare storie? Sai costruire? Oppure sei un nutrizionista, una commerciante, un amministrativo? Le tue capacità possono essere di grande aiuto, devi solo trovare il progetto che fa per te.

“Non ho tempo”

Questa, forse, è l’unica scusa che regge, almeno un po’. Ma quando approfondiamo le nostre ricerche ci rendiamo conto che ci sono progetti di volontariato che richiedono impegni brevissimi, di sole 2 settimane! Davvero non puoi trovare due settimane per vivere un’esperienza unica e indimenticabile?

“Non so l’inglese”

Non sapere l’inglese non è necessariamente un problema. Ci sono tanti paesi dove puoi usare la tua conoscenza di altre lingue, come il francese, lo spagnolo o il portoghese.  Ma anche se parli solo italiano potrai comunque essere di grande aiuto affiancando squadre di cooperanti italiani in tutte le mansioni logistiche/ organizzative, o aiutato da un traduttore.

“I paesi dove si fa volontariato sono pericolosi”

Questa generalizzazione non è corretta. Solitamente, le ONG non reclutano volontari internazionali per metterli poi in situazioni di instabilità o pericolo per le quali non sono preparati. Ma anche se fosse, basta consultare il sito della Farnesina per renderci conto che, anche secondo il nostro Ministero degli Esteri, la maggior parte dei paesi dove vengono offerte opportunità di volontariato è assolutamente sicura, sotto tutti i punti di vista.

Se poi fossi preoccupato per le malattie, ricorda che puoi (e devi) fare tutte le vaccinazioni del caso prima di partire. Sia l’ONG che la Farnesina potranno consigliarti.

“Non saprei con che organizzazione partire”

Certo, è  un po’ difficile trovare l’organizzazione o il programma che fa per te, considerando che le opzioni a disposizione sono così tante. Ma è proprio qui che entrano in gioco associazioni come Ayni Cooperazione, il portale delle opportunità di volontariato nel mondo della cooperazione. Con la mappa interattiva ed i filtri potrai restringere il campo delle possibilità fino a trovare un’esperienza che si adatta alle tue esigenze. E se ciò non fosse abbastanza, il team di Ayni è sempre felice di assisterti nella ricerca, mettendo a tua disposizione la sua profonda conoscenza dei progetti proposti.

L’ABC della realizzazione di un progetto (sociale): la mia storia

L’ABC della realizzazione di un progetto (sociale): la mia storia

Dopo mesi di silenzio, torno a pubblicare sulla Traccia Nomade, blog personale di riflessione su ONG, cooperazione internazionale e volontariato. Avevo anticipato che questo silenzio era dovuto alla realizzazione di un progetto al quale tenevo moltissimo,  ed è arrivato il momento di condividerlo!

Si tratta della fondazione di una nuova associazione, nata in Italia ad agosto per dare una mano sia a coloro che desiderano mettersi in gioco e partire come volontari all’estero che alle associazioni che hanno bisogno di collaboratori.

Con questo post desidero condividere con voi il percorso che ho dovuto affrontare, dall’idea originale alla costituzione dell’associazione di promozione sociale, passando per gli ostacoli economici e legali, gli errori ed i sogni per il futuro. Non si sa mai che tra di voi ci sia qualcuno con un’idea brillante che aspetta solo di venire alla luce!

  • Preambolo: quella scintilla che trasforma le idee in progetti

Ormai sarà passato più di un anno da quando ho detto per la prima volta: mi piacerebbe fare qualcosa per diffondere il volontariato internazionale in Italia. Del resto, anche l’idea stessa della Traccia Nomade è nata un po’ dalla speranza di poter far conoscere luci ed ombre del mondo della cooperazione internazionale e di fomentare il dibattito su temi di grande importanza per il settore, come gli amici di Xlestrade hanno raccontato in questo articolo.

Ma La Traccia Nomade non poteva soddisfare le necessità di color che poi mi scrivevano in privato per chiedermi raccomandazioni specifiche su dove fare volontariato. Né poteva rompere le barriere per arrivare a coloro che non hanno mai pensato che fare volontariato all’estero potrebbe essere una delle esperienze più emozionanti e significative della loro vita.

L’obiettivo era ambizioso: la diffusione su grande scale del volontariato internazionale in Italia! Ma tra il dire e il fare… Sono rimaste tutte parole, fino a che non sono arrivate all’orecchio del secondo co-fondatore di questa nuova associazione che ha semplicemente detto: “Perché non lo facciamo?”

Ed è così che io, con il mio bagaglio di progetti sociali internazionali e vita non-profit, mi sono alleata con Ivan, imprenditore con una forte vocazione per l’impresa sociale, per dar vita ad Ayni Cooperazione.

  • Mai e poi mai lanciarti in una nuova avventura senza un piano (ad anche un piano B)

I primi giorni ero un vulcano di idee. Ne tiravo fuori una dietro l’altra, dimenticandone qualcuna per strada ed arrivando a pericolosi livelli di utopia. Ero emozionatissima! Ma le prime riunioni con Ivan, ci hanno aiutato recuperare il controllo della situazione e a canalizzare tutto il nostro entusiasmo per raggiungere obiettivi concreti.

Avere un piano è essenziale per dar vita ai propri progetti. Tutti noi abbiamo esperienza di “pianificazione”: una festa di compleanno in grande, un viaggio, l’arredamento di una nuova casa. Ma quando il puzzle si fa più complicato, è meglio ricorrere all’uso di utili strumenti che ti aiutano a mettere le idee al posto giusto.

Per la  pianificazione di Ayni,  si sono rivelati particolarmente utili:

  • L’analisi PEST: per capire quali fattori avrebbero influenzato Ayni dall’esterno (PEST sta per Politica, Economica, Sociale, Tecnologica)
  • Analisi della “concorrenza”: termine forse non adatto al mondo delle non-profit, ma comunque un passo necessario per conoscere a fondo l’ “ambiente”
  • La matrice SWOT: per analizzare i tuoi punti di forza (Strengths), le tue debolezze (Weaknesses), le opportunità (Opportunities) e le minacce (Threats)
  • Business Model Canvas: uno strumento fantastico per mettere nero su bianco l’essenza del tuo progetto
  • Brand Essence Building: per definire l’identità di Ayni e ciò che vuole trasmettere.
  • Tasks management: noi abbiamo usato un semplice foglio Excel per visualizzare tutte le mansioni necessarie, distribuite nel tempo ed affidate ad uno dei collaboratori. Uno strumento vitale.

 

  • Limitazioni, risorse ed errori

Anche se non abbiamo ancora concluso il nostro percorso iniziale,  abbiamo già fatto abbastanza strada per guardarci indietro e cominciare ad imparare dai nostri errori. Credo che i più importanti siano stati soprattutto il sopravvalutare le nostre limitate risorse.

  • Tempo: ho un lavoro full-time che fino a poco tempo fa esigeva uno spostamento giornaliero di circa 2 ore e mezza (andate e ritorno). All’inizio ho cercato di usare tutti i miei momenti liberi per svolgere le attività necessarie allo sviluppo di Ayni (sere, fine settimana, nonché spostamenti in treno). Non ha funzionato, e invece di avanzare più rapidamente, sono arrivata ad un momento di stallo dovuto, probabilmente, all’esaurimento delle mie forze!
    • Conclusioni: sii realista e pianifica il tuo progetto nel tempo senza esaurire le tue risorse prima del suo completamento

 

  • Risorse economiche: sfortunatamente Ayni non ha potuto contare su fondi che si possano chiamare tali. Questo vuol dire che non potevamo contare su nient’altro che i nostri risparmi. Ad un certo punto, presa dalla voglia di fare le cose perfette, ho perso varie settimane per trovare un designer che ci facesse la pagina web su WordPress, per poi giungere alla conclusione che i soldi (non pochi) che volevo spendere per realizzare il sito perfetto, sarebbero stati meglio investiti in altre cose, tra le quali le spese legali di registrazione(che ovviamente non avevo considerato).
    • Conclusioni: pianifica bene i costi del tuo progetto ed individua quelle spese che sono assolutamente necessarie per l’esistenza stessa della tua associazione.

 

  • Know-how: anche se io e Ivan formiamo una grande squadra, apportando conoscenze e prospettive molto diverse tra loro al progetto, non possiamo fare tutto da soli. E questo è risultato evidente varie volte, ma soprattutto al momento di procedere con la registrazione dell’associazione presso gli uffici competenti. È vero che oggi giorno si trova tutto su internet, ma si trova anche il contrario di tutto, e alla fine uno non sa più a chi credere. Ci siamo quindi dovuti rivolgere ad un esperto e devo dire che il processo burocratico è andato benissimo e senza intoppi (se ti potesse interessare, si tratta dell’associazione PAIR di Roma).
    • Conclusioni: riconosci i tuoi limiti e chiedi aiuto quando è necessario (ricorda che questo può comportare costi aggiuntivi!). Cerca, inoltre, di circondarti di amici e collaboratori che ti possano aiutare, ne avrai bisogno!

 

  • La registrazione di Ayni: ovvero tanta burocrazia e una squadra formidabile

La registrazione di un’associazione presso gli uffici competenti, ovvero l’Agenzia delle Entrate, è un processo un po’ gravoso, ma offre anche utili spunti per cominciare a pensare alla struttura interna della tua novella non-profit.

Per noi ha significato riunirci con tutti a sostenitori di Ayni (oggi soci fondatori e membri a tutti gli effetti) per redigere e firmare due documenti importantissimi: l’Atto costitutivo e lo Statuto dell’associazione. Senza questi, Ayni non esisterebbe all’interno del mondo delle associazioni italiane. Vi rimando alla sopracitata associazione PAIR per saperne di più.

Vi lascio solamente alcune raccomandazioni:

  • Non prendete il processo sotto gamba perché presenta delle complicazioni
  • Informatevi bene sui tipi di associazioni che esistono in Italia e quali doveri comparta la costituzione dell’uno o dell’altro
  • Considerate i costi di registrazione
  • Non pensate che otterrete informazioni precise all’Agenzia delle Entrate. Dovete arrivare lì con le idee chiarissime per non commettere errori

 

  • Networking, marketing e il resto

Work in progress! Potrete seguire gli sviluppi su Twitter, LinkedIn e Facebook! Vi aspettiamo!

 

Qualcuno di voi ha vissuto un’esperienza simile? Quali sono le gioie e i dolori relazionati con la realizzazione di un progetto sociale, sia questi un’associazione o un altro tipo di entità?

La Traccia Nomade si prende una pausa

La Traccia Nomade si prende una pausa

Per quanto mi piacerebbe continuare a scrivere sul mondo del volontariato e della solidarietà a livello internazionale, scoprendo ogni volta qualcosa di nuovo, vari fattori mi stanno obbligando metter tutto in stand by.

Tra questi, un nuovo progetto a cui sto lavorando e che forse potrebbe interessarvi. È un servizio per tutti quelli che vogliono fare volontariato all’estero! Spero di potervi dare più dettagli a breve.

Se tutto va bene, La Traccia Nomade tornerà in campo tra qualche mese e speriamo possa fornire nuovamente spunti interessanti a tutti coloro che amano la cooperazione.

A presto! Spero 🙂

Cosa devo studiare per lavorare nel campo della cooperazione internazionale?

Cosa devo studiare per lavorare nel campo della cooperazione internazionale?

Sempre più persone, giovani all’inizio della loro carriera o meno giovani che desiderano un cambio, si pongono domande molto simili a questa. Se anche l’avete fatto, saprete già che non esiste una risposta univoca. La cooperazione internazionale è un settore vastissimo che ha bisogno di figure professionali molto diverse tra loro per funzionare. Ci sono però delle tendenze generali, analizzate da agenzie autorevoli come Devex,  che possono aiutarci ad avere un quadro della situazione e prendere una decisione riguardo alla nostra formazione. Consiglio però di fare prima un paio di reflessioni, presentate in Premessa n^ 1 e 2.

Premessa n^1

Se vi è capitato di porre la domanda ad un amico o conoscente che lavora nel settore della cooperazione, sicuramente vi sarete sentiti dire che l’esperienza conta più di una laurea. Esperienze di volontariato, all’estero o nel proprio paese, stage con organizzazioni che vi appassionano, esperienze di vita nell’area del mondo dove vi piacerebbe lavorare: tutte queste sono strategie infallibili per migliorare il vostro CV e renderlo più competitivo. Nonostante questo, però, l’esperienza non è tutto. Se date un’occhiata ad articoli e blog pubblicati da -o su- importanti ONG internazionali ed i loro sistemi di recruitment, noterete che, soprattutto per quanto riguarda gli entry level, la laurea che avete gioca un ruolo importante nel loro processo di selezione. Indica infatti il vostro livello di comprensione e passione per il settore, laddove l’esperienza che avete non è ancora abbastanza significativa per essere di per sé una garanzia delle vostre capacità e della vostra, diciamo, cultura settoriale.

Analizzando anche la mia esperienza personale, posso confermare che sia le mie esperienze di volontariato e stage (tanto locali come internazionali, e le transferable skills che ne derivano) che il mio master in un campo, come si suol dire, “rilevante” hanno giocato un ruolo importate nella mia carriera fino ad ora. Spero che questi elementi vi facciano riflettere sui vostri percorsi. Non lasciate fuori dal curriculum elementi importanti quali 1 mese di volontariato estivo in un campo, anche in giovane età, o 3 mesi vissuti in un altro paese, ma al tempo stesso non trascurate l’idea di farvi un master perché le vostre chance per trovare lavoro nella cooperazione aumenteranno sicuramente.

Premessa n^2

Quest’ultima riflessione mi porta alla seguente. Cosa sono i Master “rilevanti” alla cooperazione internazionale? Solitamente, uno si riferisce a tutti quei corsi impartiti su sviluppo internazionale, relazioni internazionali, global affairs, risoluzione di conflitti, emergenze umanitarie, global youth development, global human development, etc. Studiate uno di questi, ed avrete, o dovreste avere, una visione globale in relazione a temi macroeconomici, sociali ed equilibrio di forze politiche. In più, dovreste poter sviluppare abilità tecniche a seconda dell’approccio specifico del corso. Attenzione, che più il corso è generale, meno saranno le abilità tecniche apprese. Ho spesso confrontato il mio MA in Relazioni Internazionali (che comunque mi ha portato ad ottenere un lavoro nella cooperazione internazionale) con MA in Sviluppo Internazionale o Global Youth Development e simili, e mi sono resa conto di quanta più teoria io abbia studiato, a scapito di corsi più tecnici di altri master, come ad esempio come scrivere un proposal, o come pianificare tutto in progetto, secondo la logica del project cycle.

Molto sottovalutati, a svantaggio di queste lauree “rilevanti”, sono le laure settoriali e specifiche: ingegneria, medicina, risorse umane, contabilità, data analysis, programmazione e tantissimi altri, che sono fondamentali nella cooperazione internazionale così come in altri settori. Per esempio, al momento di installare vari pannelli solari per favorire lo sviluppo e la sostenibilità di dormitori e case di accoglienza, io ed i miei compagni delle scienze sociali abbiamo dovuto ammettere i nostri limiti e rivolgerci ad un ingegnere specializzato in energie rinnovabili per la supervisione dei lavori. La stessa cosa succede con i conti dell’organizzazione, che preferibilmente sono fatti da un contabile, e via dicendo.

Ed indovinate un po’? La top 3 delle figure professionali più richieste nel settore, secondo Devex (2016), è questa:

  1. M&E (Monitoring & Evaluation)
  2. Medicina e salute
  3. Energia, ambiente, risorse

Le lauree “rilevanti” non vi preparano esaustivamente per questo. Troviamo project management solo al 4^ posto, seguito da esperti in diritti umani internazionali e governance al 5^. Un dato che fa riflettere.

I corsi universitari più richiesti nel settore della cooperazione

Finite le premesse, veniamo al dunque, quali sono le lauree più richieste nel settore dello sviluppo internazionale? Non sono la persona giusta per inventare una top 5 di questo genere, quindi vi presento i risultati dell’analisi di Devex del 2016. Considerate le premesse e non prendeteli per dei comandamenti da seguire.

  1. Master in sviluppo internazionale
  2. Master in business administration (MBA)*
  3. Lauree in economia, econometria e statistica
  4. Master in sanità pubblica
  5. Lauree in agronomia, nutrizione e scienze alimentari

Sopresi? Indifferenti? Sconvolti? Ricordate le premesse: la laurea non è tutto! Anche se aiuta.

*Interessante il posizionamento dell’MBA! Potrebbe avere a che fare con Ecco perché le ONG diventano imprese sociali?

Per concludere, una riflessione. Quando mi dedico all’analisi dei percorsi professionali di coloro che intraprendono una carriera nello sviluppo internazionale, sempre mi chiedo: ma non è ingiusto richiedere 1-2 anni di esperienza (minimo) sul campo come volontari o stagisti? Ricordate che questi sono ruoli generalmente non retribuiti! E in più il master (caro)! Non vi sembra che ci sia un velo di discriminazione nel processo di selezione per un settore che lotta contro le discriminazioni? Qualcuno ha avuto la stessa sensazione? O è giustificabile vista la necessità di selezionare solo le persone meglio preparate? Magari questo è argomento per un prossimo post.

L’analisi di Devex la puoi trovare qui.

Ecco perché le ONG diventano imprese sociali

Ecco perché le ONG diventano imprese sociali

È da qualche anno che si respira un’aria di cambiamento nel settore del non-profit. Già nel 2014 Devex, la piattaforma digitale leader nel mondo nella cooperazione, diceva: “Il settore della cooperazione internazionale e umanitaria sta attraversando un periodo di profondi cambiamenti e le organizzazioni si devono modernizzare, o adattare il loro modo di lavorare”. Cosa sta succedendo nel mondo della cooperazione a livello globale? Come rispondono le organizzazioni?

Quello che più preoccupa il mondo del non-profit, che sia o meno cooperazione internazionale, è la crescente difficoltà nell’ottenere i fondi necessari per portare avanti le proprie attività. Tristemente, si registra che  svariate organizzazioni di piccole o medie dimensioni devono rinunciare al raggiungimento dei loro obiettivi e chiudere i battenti. Le regioni di questa difficoltà economica sono da ricercare in diversi fattori. Da una parte, negli ultimi decenni le organizzazioni si sono abituate a sopravvivere grazie a due o tre donatori principali, generalmente entità del governo, i quali tendono ora a dare tagli agli aiuti o aumentare i requisiti di selezione, mentre la competizione tra ONG si fa più dura. Dall’altra, i donatori individuali, le persone comuni che vogliono contribuire economicamente al successo di una causa sociale, si sentono saturati di pubblicità, marketing, dialogatori per la strada e non si fidano più di nessuno.

Si parla di cambio, dunque, per far fronte alla crescente mancanza di fondi. Ci sono però diverse teorie su quello che questo cambio dovrebbe comportare. Tra i più conservatori troviamo posizioni che sostengono la necessità di un cambio di atteggiamento senza cambiare il modello economico. Suggeriscono una diversa strategia di fundraising ed una nuova relazione con i donatori e con il pubblico in generale, basata su di una diversa visione dell’organizzazione stessa e della sua funzione di ponte tra coloro che hanno a cuore il bene sociale e coloro che, in quel frangente, hanno bisogno del servizio offerto dall’ONG.

Ci sono però moltissimi che sostengono una posizione più innovativa, che negli ultimissimi anni si sta imponendo, soprattutto nel mondo delle piccole e medie ONG.  Suggeriscono di cambiare radicalmente il modello, da organizzazioni dipendenti dagli aiuti esterni ad organizzazioni sostenibili. Ovvero, imprese sociali. Secondo l’elementare definizione di funds for  NGOs (il concetto non è ancora chiarissimo e ci sono un sacco di definizioni complicate che confondono le idee) un’impresa di questo tipo è: “semplicemente un’organizzazione che fa affari per sostenere una causa sociale. Questo significa che i profitti vengono reinvestiti nell’organizzazione o nella missione”. E aggiunge che la differenza principale tra una ONG e un’impresa sociale è che la prima si avvale di donazioni esterne, mentre la seconda si mantiene vendendo prodotti o servizi ai clienti.

Il vero vantaggio che comporta questo questo nuovo modello è l’indipendenza economica. Se gli affari vanno bene, non importa quali siano i cambiamenti politici o le difficoltà economiche in cui versa la comunità dei donatori, il progetto continuerà senza intoppi. Ovviamente, tra il puro modello dell’ONG tradizionale e la pura impresa sociale, che rifiuta le donazioni, ci sono una serie infinita di sfumature e combinazioni. Molte ONG hanno piccole imprese sociali che forniscono fondi ad alcuni dei loro progetti, altre offrono servizi e prodotti a livello mondiale, ma comunque ricevono anche dei fondi.

Il modello dell’impresa sociale è ben visto dagli stessi donatori, che sempre più danno importanza al fatto di non essere l’unico ingresso di un progetto e rispondono in modo positivo alle piccole, e meno piccole, idee imprenditoriali che diminuiscono la dipendenza e assicurano continuità. Ovviamente, un cambiamento così radicale all’interno di un’organizzazione non è una cosa da prendere alla leggera. Ci sono moltissimi fattori da considerare tra cui l’investimento necessario per favorire il cambiamento, variazioni all’interno dello staff, la necessità di affidarsi a consultori esterni per avere una visione più oggettiva di ciò che bisogna fare. Il fattore più importante, sempre e comunque, è il cambio di paradigma mentale: si passa dalla ridistribuzione di una parte della ricchezza di certe comunità, individui o paesi a zone in emergenza umanitaria e sociale, alla generazione indipendente di tali fondi, grazie allo sfruttamento delle proprio risorse e delle leggi del mercato. Generare profitti non va necessariamente contro lo spirito di una ONG, questo è il messaggio che è stato lanciato.

Sembra che il futuro ci riservi sempre più ibridi che funzionano sia grazie alle donazioni che ad ingressi indipendentemente generati. Rimane da vedere come questo cambio verrà gestito e come le legislazioni nazionali si adatteranno a questo nuovo paradigma.

Avete sperimentato questa transizione? Avete lanciato un’impresa sociale? Sarei felice di raccogliere le vostre opinioni sul processo di cambio e le sue conseguenze!

5 cose che cambiano nella vita di un volontario

5 cose che cambiano nella vita di un volontario

Davvero credo che fare volontariato cambi la vita e l’ho sostenuto molte volte sulle pagine della Traccia Nomade. Infatti, il volontariato fa bene non solo alla comunità, ma anche, ed in egual misura, alla persona che si accinge a donare il suo tempo. Come? Lasciamo che gli esperti ci dicano quali sono i 5 cambi concreti che il volontariato può portare nella vita di un giovane. Alla fine del post, probabilmente sarete perplessi quanto me: perché nel nostro paese sono ancora pochi i giovani che si dedicano al volontariato?

Un premessa:

Secondo una ricerca del Institue for Volunteering Research (Regno Unito), e molte altre, i benefici del volontariato per il giovane che vi si dedica sono molteplici e vanno dalla crescita personale all’imprenditoria:

  • Crescita personale: in particolare, si evidenza uno sviluppo di capacità quali comunicazione interpersonale, collaborazione e capacità direttive, nonché disciplina e senso di responsabilità
  • Benessere: soprattutto sentirsi partecipi di qualcosa di importante e dare un senso alla propria vita
  • Impatto sulla comunità: in particolare essere coscienti dei bisogni di una comunità e sentirsi in grado di produrre un cambiamento
  • Relazioni sociali: avere contatti con persone diverse dal solito, per età, interessi, etc.
  • Imprenditoria e creatività

Ma che effetto ha lo sviluppo di queste qualità? Cosa cambia?

Ecco 5 cambi concreti nella vita di un volontario, a breve e lungo termine:

  • Lontano dai problemi: se fai volontariato, hai meno probabilità di diventare alcolizzato o tossicodipendente, nonché mamma in giovane età. Lo dice la scienza.
  • Voti più alti! Secondo i dati raccolti, i giovani che fanno volontariato hanno voti più alti a scuola! Provare per credere.
  • Idee più chiare: i giovani affermano che attraverso il volontariato sviluppano quelle capacità che servono nel mondo del lavoro e si rendono conto della loro affinità, o meno, con certi percorsi lavorativi.
  • Più amici e più networking: i volontari conoscono un sacco di persone nuove, che non sono né della loro scuola né del loro quartiere e così facendo espandono i loro contatti sociali.
  • Adulti sensibili alle tematiche sociali: gli studi dimostrano che color che sono stati volontari in giovane età sono più propensi a fare donazioni da adulti, a continuare a fare volontariato e ad applicare valori etici alla loro vita lavorativa.
(Credito per i dati usati alla pubblicazione della Nevada University)

 

Ci sono tonnellate di dati che confermano la stessa cosa: fare volontariato fa bene, soprattutto ai giovani, ma non solo! L’Italia non è certo uno dei paesi che più si dedica a quest’attività, ma i recenti sviluppi a livello politico ed economico (mi riferisco alla riforma del terzo settore ed al ruolo che quest’ultimo assume nella ripresa economica del paese) fanno ben sperare. Quello che ancora manca è un avvicinamento tra il terzo settore e quello dell’istruzione per far sì che i giovani comincino ad affacciarsi su questo mondo e tutte le opportunità che offre.

Credete anche voi che fare volontariato abbia effetti positivi nella vita di una persona? Come fare affinché più giovani vi si dedichino? Credete anche voi che il terzo settore e le opportunità per i volontari siano in considerevole espansione?