La Traccia Nomade si prende una pausa

La Traccia Nomade si prende una pausa

Per quanto mi piacerebbe continuare a scrivere sul mondo del volontariato e della solidarietà a livello internazionale, scoprendo ogni volta qualcosa di nuovo, vari fattori mi stanno obbligando metter tutto in stand by.

Tra questi, un nuovo progetto a cui sto lavorando e che forse potrebbe interessarvi. È un servizio per tutti quelli che vogliono fare volontariato all’estero! Spero di potervi dare più dettagli a breve.

Se tutto va bene, La Traccia Nomade tornerà in campo tra qualche mese e speriamo possa fornire nuovamente spunti interessanti a tutti coloro che amano la cooperazione.

A presto! Spero 🙂

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Cosa devo studiare per lavorare nel campo della cooperazione internazionale?

Cosa devo studiare per lavorare nel campo della cooperazione internazionale?

Sempre più persone, giovani all’inizio della loro carriera o meno giovani che desiderano un cambio, si pongono domande molto simili a questa. Se anche l’avete fatto, saprete già che non esiste una risposta univoca. La cooperazione internazionale è un settore vastissimo che ha bisogno di figure professionali molto diverse tra loro per funzionare. Ci sono però delle tendenze generali, analizzate da agenzie autorevoli come Devex,  che possono aiutarci ad avere un quadro della situazione e prendere una decisione riguardo alla nostra formazione. Consiglio però di fare prima un paio di reflessioni, presentate in Premessa n^ 1 e 2.

Premessa n^1

Se vi è capitato di porre la domanda ad un amico o conoscente che lavora nel settore della cooperazione, sicuramente vi sarete sentiti dire che l’esperienza conta più di una laurea. Esperienze di volontariato, all’estero o nel proprio paese, stage con organizzazioni che vi appassionano, esperienze di vita nell’area del mondo dove vi piacerebbe lavorare: tutte queste sono strategie infallibili per migliorare il vostro CV e renderlo più competitivo. Nonostante questo, però, l’esperienza non è tutto. Se date un’occhiata ad articoli e blog pubblicati da -o su- importanti ONG internazionali ed i loro sistemi di recruitment, noterete che, soprattutto per quanto riguarda gli entry level, la laurea che avete gioca un ruolo importante nel loro processo di selezione. Indica infatti il vostro livello di comprensione e passione per il settore, laddove l’esperienza che avete non è ancora abbastanza significativa per essere di per sé una garanzia delle vostre capacità e della vostra, diciamo, cultura settoriale.

Analizzando anche la mia esperienza personale, posso confermare che sia le mie esperienze di volontariato e stage (tanto locali come internazionali, e le transferable skills che ne derivano) che il mio master in un campo, come si suol dire, “rilevante” hanno giocato un ruolo importate nella mia carriera fino ad ora. Spero che questi elementi vi facciano riflettere sui vostri percorsi. Non lasciate fuori dal curriculum elementi importanti quali 1 mese di volontariato estivo in un campo, anche in giovane età, o 3 mesi vissuti in un altro paese, ma al tempo stesso non trascurate l’idea di farvi un master perché le vostre chance per trovare lavoro nella cooperazione aumenteranno sicuramente.

Premessa n^2

Quest’ultima riflessione mi porta alla seguente. Cosa sono i Master “rilevanti” alla cooperazione internazionale? Solitamente, uno si riferisce a tutti quei corsi impartiti su sviluppo internazionale, relazioni internazionali, global affairs, risoluzione di conflitti, emergenze umanitarie, global youth development, global human development, etc. Studiate uno di questi, ed avrete, o dovreste avere, una visione globale in relazione a temi macroeconomici, sociali ed equilibrio di forze politiche. In più, dovreste poter sviluppare abilità tecniche a seconda dell’approccio specifico del corso. Attenzione, che più il corso è generale, meno saranno le abilità tecniche apprese. Ho spesso confrontato il mio MA in Relazioni Internazionali (che comunque mi ha portato ad ottenere un lavoro nella cooperazione internazionale) con MA in Sviluppo Internazionale o Global Youth Development e simili, e mi sono resa conto di quanta più teoria io abbia studiato, a scapito di corsi più tecnici di altri master, come ad esempio come scrivere un proposal, o come pianificare tutto in progetto, secondo la logica del project cycle.

Molto sottovalutati, a svantaggio di queste lauree “rilevanti”, sono le laure settoriali e specifiche: ingegneria, medicina, risorse umane, contabilità, data analysis, programmazione e tantissimi altri, che sono fondamentali nella cooperazione internazionale così come in altri settori. Per esempio, al momento di installare vari pannelli solari per favorire lo sviluppo e la sostenibilità di dormitori e case di accoglienza, io ed i miei compagni delle scienze sociali abbiamo dovuto ammettere i nostri limiti e rivolgerci ad un ingegnere specializzato in energie rinnovabili per la supervisione dei lavori. La stessa cosa succede con i conti dell’organizzazione, che preferibilmente sono fatti da un contabile, e via dicendo.

Ed indovinate un po’? La top 3 delle figure professionali più richieste nel settore, secondo Devex (2016), è questa:

  1. M&E (Monitoring & Evaluation)
  2. Medicina e salute
  3. Energia, ambiente, risorse

Le lauree “rilevanti” non vi preparano esaustivamente per questo. Troviamo project management solo al 4^ posto, seguito da esperti in diritti umani internazionali e governance al 5^. Un dato che fa riflettere.

I corsi universitari più richiesti nel settore della cooperazione

Finite le premesse, veniamo al dunque, quali sono le lauree più richieste nel settore dello sviluppo internazionale? Non sono la persona giusta per inventare una top 5 di questo genere, quindi vi presento i risultati dell’analisi di Devex del 2016. Considerate le premesse e non prendeteli per dei comandamenti da seguire.

  1. Master in sviluppo internazionale
  2. Master in business administration (MBA)*
  3. Lauree in economia, econometria e statistica
  4. Master in sanità pubblica
  5. Lauree in agronomia, nutrizione e scienze alimentari

Sopresi? Indifferenti? Sconvolti? Ricordate le premesse: la laurea non è tutto! Anche se aiuta.

*Interessante il posizionamento dell’MBA! Potrebbe avere a che fare con Ecco perché le ONG diventano imprese sociali?

Per concludere, una riflessione. Quando mi dedico all’analisi dei percorsi professionali di coloro che intraprendono una carriera nello sviluppo internazionale, sempre mi chiedo: ma non è ingiusto richiedere 1-2 anni di esperienza (minimo) sul campo come volontari o stagisti? Ricordate che questi sono ruoli generalmente non retribuiti! E in più il master (caro)! Non vi sembra che ci sia un velo di discriminazione nel processo di selezione per un settore che lotta contro le discriminazioni? Qualcuno ha avuto la stessa sensazione? O è giustificabile vista la necessità di selezionare solo le persone meglio preparate? Magari questo è argomento per un prossimo post.

L’analisi di Devex la puoi trovare qui.

Ecco perché le ONG diventano imprese sociali

Ecco perché le ONG diventano imprese sociali

È da qualche anno che si respira un’aria di cambiamento nel settore del non-profit. Già nel 2014 Devex, la piattaforma digitale leader nel mondo nella cooperazione, diceva: “Il settore della cooperazione internazionale e umanitaria sta attraversando un periodo di profondi cambiamenti e le organizzazioni si devono modernizzare, o adattare il loro modo di lavorare”. Cosa sta succedendo nel mondo della cooperazione a livello globale? Come rispondono le organizzazioni?

Quello che più preoccupa il mondo del non-profit, che sia o meno cooperazione internazionale, è la crescente difficoltà nell’ottenere i fondi necessari per portare avanti le proprie attività. Tristemente, si registra che  svariate organizzazioni di piccole o medie dimensioni devono rinunciare al raggiungimento dei loro obiettivi e chiudere i battenti. Le regioni di questa difficoltà economica sono da ricercare in diversi fattori. Da una parte, negli ultimi decenni le organizzazioni si sono abituate a sopravvivere grazie a due o tre donatori principali, generalmente entità del governo, i quali tendono ora a dare tagli agli aiuti o aumentare i requisiti di selezione, mentre la competizione tra ONG si fa più dura. Dall’altra, i donatori individuali, le persone comuni che vogliono contribuire economicamente al successo di una causa sociale, si sentono saturati di pubblicità, marketing, dialogatori per la strada e non si fidano più di nessuno.

Si parla di cambio, dunque, per far fronte alla crescente mancanza di fondi. Ci sono però diverse teorie su quello che questo cambio dovrebbe comportare. Tra i più conservatori troviamo posizioni che sostengono la necessità di un cambio di atteggiamento senza cambiare il modello economico. Suggeriscono una diversa strategia di fundraising ed una nuova relazione con i donatori e con il pubblico in generale, basata su di una diversa visione dell’organizzazione stessa e della sua funzione di ponte tra coloro che hanno a cuore il bene sociale e coloro che, in quel frangente, hanno bisogno del servizio offerto dall’ONG.

Ci sono però moltissimi che sostengono una posizione più innovativa, che negli ultimissimi anni si sta imponendo, soprattutto nel mondo delle piccole e medie ONG.  Suggeriscono di cambiare radicalmente il modello, da organizzazioni dipendenti dagli aiuti esterni ad organizzazioni sostenibili. Ovvero, imprese sociali. Secondo l’elementare definizione di funds for  NGOs (il concetto non è ancora chiarissimo e ci sono un sacco di definizioni complicate che confondono le idee) un’impresa di questo tipo è: “semplicemente un’organizzazione che fa affari per sostenere una causa sociale. Questo significa che i profitti vengono reinvestiti nell’organizzazione o nella missione”. E aggiunge che la differenza principale tra una ONG e un’impresa sociale è che la prima si avvale di donazioni esterne, mentre la seconda si mantiene vendendo prodotti o servizi ai clienti.

Il vero vantaggio che comporta questo questo nuovo modello è l’indipendenza economica. Se gli affari vanno bene, non importa quali siano i cambiamenti politici o le difficoltà economiche in cui versa la comunità dei donatori, il progetto continuerà senza intoppi. Ovviamente, tra il puro modello dell’ONG tradizionale e la pura impresa sociale, che rifiuta le donazioni, ci sono una serie infinita di sfumature e combinazioni. Molte ONG hanno piccole imprese sociali che forniscono fondi ad alcuni dei loro progetti, altre offrono servizi e prodotti a livello mondiale, ma comunque ricevono anche dei fondi.

Il modello dell’impresa sociale è ben visto dagli stessi donatori, che sempre più danno importanza al fatto di non essere l’unico ingresso di un progetto e rispondono in modo positivo alle piccole, e meno piccole, idee imprenditoriali che diminuiscono la dipendenza e assicurano continuità. Ovviamente, un cambiamento così radicale all’interno di un’organizzazione non è una cosa da prendere alla leggera. Ci sono moltissimi fattori da considerare tra cui l’investimento necessario per favorire il cambiamento, variazioni all’interno dello staff, la necessità di affidarsi a consultori esterni per avere una visione più oggettiva di ciò che bisogna fare. Il fattore più importante, sempre e comunque, è il cambio di paradigma mentale: si passa dalla ridistribuzione di una parte della ricchezza di certe comunità, individui o paesi a zone in emergenza umanitaria e sociale, alla generazione indipendente di tali fondi, grazie allo sfruttamento delle proprio risorse e delle leggi del mercato. Generare profitti non va necessariamente contro lo spirito di una ONG, questo è il messaggio che è stato lanciato.

Sembra che il futuro ci riservi sempre più ibridi che funzionano sia grazie alle donazioni che ad ingressi indipendentemente generati. Rimane da vedere come questo cambio verrà gestito e come le legislazioni nazionali si adatteranno a questo nuovo paradigma.

Avete sperimentato questa transizione? Avete lanciato un’impresa sociale? Sarei felice di raccogliere le vostre opinioni sul processo di cambio e le sue conseguenze!

5 cose che cambiano nella vita di un volontario

5 cose che cambiano nella vita di un volontario

Davvero credo che fare volontariato cambi la vita e l’ho sostenuto molte volte sulle pagine della Traccia Nomade. Infatti, il volontariato fa bene non solo alla comunità, ma anche, ed in egual misura, alla persona che si accinge a donare il suo tempo. Come? Lasciamo che gli esperti ci dicano quali sono i 5 cambi concreti che il volontariato può portare nella vita di un giovane. Alla fine del post, probabilmente sarete perplessi quanto me: perché nel nostro paese sono ancora pochi i giovani che si dedicano al volontariato?

Un premessa:

Secondo una ricerca del Institue for Volunteering Research (Regno Unito), e molte altre, i benefici del volontariato per il giovane che vi si dedica sono molteplici e vanno dalla crescita personale all’imprenditoria:

  • Crescita personale: in particolare, si evidenza uno sviluppo di capacità quali comunicazione interpersonale, collaborazione e capacità direttive, nonché disciplina e senso di responsabilità
  • Benessere: soprattutto sentirsi partecipi di qualcosa di importante e dare un senso alla propria vita
  • Impatto sulla comunità: in particolare essere coscienti dei bisogni di una comunità e sentirsi in grado di produrre un cambiamento
  • Relazioni sociali: avere contatti con persone diverse dal solito, per età, interessi, etc.
  • Imprenditoria e creatività

Ma che effetto ha lo sviluppo di queste qualità? Cosa cambia?

Ecco 5 cambi concreti nella vita di un volontario, a breve e lungo termine:

  • Lontano dai problemi: se fai volontariato, hai meno probabilità di diventare alcolizzato o tossicodipendente, nonché mamma in giovane età. Lo dice la scienza.
  • Voti più alti! Secondo i dati raccolti, i giovani che fanno volontariato hanno voti più alti a scuola! Provare per credere.
  • Idee più chiare: i giovani affermano che attraverso il volontariato sviluppano quelle capacità che servono nel mondo del lavoro e si rendono conto della loro affinità, o meno, con certi percorsi lavorativi.
  • Più amici e più networking: i volontari conoscono un sacco di persone nuove, che non sono né della loro scuola né del loro quartiere e così facendo espandono i loro contatti sociali.
  • Adulti sensibili alle tematiche sociali: gli studi dimostrano che color che sono stati volontari in giovane età sono più propensi a fare donazioni da adulti, a continuare a fare volontariato e ad applicare valori etici alla loro vita lavorativa.
(Credito per i dati usati alla pubblicazione della Nevada University)

 

Ci sono tonnellate di dati che confermano la stessa cosa: fare volontariato fa bene, soprattutto ai giovani, ma non solo! L’Italia non è certo uno dei paesi che più si dedica a quest’attività, ma i recenti sviluppi a livello politico ed economico (mi riferisco alla riforma del terzo settore ed al ruolo che quest’ultimo assume nella ripresa economica del paese) fanno ben sperare. Quello che ancora manca è un avvicinamento tra il terzo settore e quello dell’istruzione per far sì che i giovani comincino ad affacciarsi su questo mondo e tutte le opportunità che offre.

Credete anche voi che fare volontariato abbia effetti positivi nella vita di una persona? Come fare affinché più giovani vi si dedichino? Credete anche voi che il terzo settore e le opportunità per i volontari siano in considerevole espansione?

Volonturismo: pericolo o opportunità?

Volonturismo: pericolo o opportunità?

Tutti ne abbiamo sentito parlare e sono sicura che ci siamo fatti opinioni molto diverse. Mi riferisco al voluntourism (volonturismo), un fenomeno relativamente recente che sta cambiando le abitudini e le regole, se vogliamo, del volontariato internazionale. Questo post, più che offrirvi risposte (che non ho), vuole essere spunto di riflessione e dibattito.

Il volonturismo è un’invenzione moderna. Come dice la parola stessa, nasce dalla fusione di “volontariato” e “turismo”, due attività che sembrano qui incontrarsi nel nome del turismo sostenibile e della cooperazione. L’idea di base è questa: una persona vuol visitare un altro paese e conoscere un’altra cultura e, per farlo in modo sostenibile, decide di partecipare a un qualche progetto di sviluppo comunitario, o sostenibilità ambientale, e fare così la sua piccola parte a sostegno di una causa in cui crede. Da questa semplice definizione diramano tutt’una serie di dinamiche sociali ed economiche che complicano alquanto la faccenda.

Il volonturista, tendenzialmente, ha meno tempo da donare del volontario, non necessariamente ha della capacità specifiche da offrire ed ha spesso una scarsa conoscenza del settore della cooperazione internazionale. Per chiarirci, un medico che fa una campagna di vaccinazione per una settimana, non è un volunturista; uno studente appena diplomato che viaggia per l’Asia Minore e fa due settimane di volontariato in Tailandia, sì. Viste le caratteristiche sopracitate (mancanza di tempo e di conoscenza del settore), il volonturista tende ad appoggiarsi ad un intermediario che, come se si trattasse di un pacchetto turistico, organizza per lui tutta l’esperienza, inclusi voli, se necessario. E questo servizio, ovviamente, costa. Chi si offre come intermediario? Generalmente agenzie di viaggio, agenzie specializzate in questo tipo di attività o scuole per imparare le lingue straniere.

Al di là delle agenzie, anche le ONG hanno capito come sfruttare questa nuova tendenza ed offrono direttamente i loro pacchetti-esperienza. Certo, avere una persona che collabora per 7 giorni invece che 3 mesi, o addirittura un anno, non è proprio la stessa cosa, così come non lo è avere un laureato di international development o uno che nella vita fa tutt’altro. Ma se il lavoro che si affida al volontario pagante è abbastanza semplice, ci vuol poco a spiegarlo e a mettere questa persona all’opera. Che poi cose definite semplici, come scavare un pozzo per l’acqua, mantener puliti gli spazi di una comunità o insegnare inglese ai bambini delle elementari lo possa fare chiunque è da vedere, ma almeno ci sono due braccia in più. E non solo. Il volonturista, attraverso l’agenzia o direttamente all’ONG, paga per l’esperienza che sta vivendo, visto che, come dicevamo, sta comprando tutt’un pacchetto con vari servizi inclusi, come vitto, alloggio e molto spesso attività ricreative e culturali, nonché lezioni della lingua locale. Il guadagno, nel migliore dei casi, alimenta il progetto umanitario o di conservazione principale, nel peggiore arricchisce l’agenzia.

Fin qui tutto bene. Dov’è che l’argomento diventa controverso? Bè quando si cominciano ad analizzare tutti questi progetti ai quali collaborano i volontari paganti, la qualità dei risultati e la loro pertinenza all’obiettivo della cooperazione. Con la voglia di raccogliere più fondi oppure anche solo per timore di rimanere senza volontari e senza aiuti, molte piccole organizzazioni si affidano a queste agenzie che procurano loro giovani volontari di limitata permanenza e limitate capacità. Vi faccio alcuni esempi. Non è poco comune che i giovani che arrivano con questi pacchetti-esperienza non parlino proprio per nulla la lingua del posto e che vengano comunque affidati loro incarichi come attività ricreative in un centro diurno per bambini. Qual è il problema? Che questi bambini potrebbero partecipare ad attività più costruttive, educative e socialmente pertinenti se l’animazione fosse gestita da una persona con esperienza, con un programma e con un minimo di permanenza di qualche mese. O, ovviamente, una persona del posto! Altro esempio, le attività manuali. Anche se può sembrarvi facile, costruire, scavare, aggiustare cose non lo è e può succedere che un gruppetto di volontari inesperti, nonostante le migliori intenzioni, facciamo più danno che altro e costringano altre persone ad intervenire per correre ai ripari. Per sorridere un po’ aggiungo anche che, visto che in fin dei conti questi volontari sono anche vacanzieri, non mi mancano aneddoti di volontari che si non rechino al lavoro causa postumi, o che vi si rechino in condizioni pessime.

Al di là di queste situazioni che possono far sorridere (o arrabbiare), il volonturismo presenta serissimi rischi per la cooperazione internazionale. Primo fra tutti, la tendenza a lavorare senza avere obiettivi a lungo termine e con l’intenzione solamente di sfruttare l’afflusso di volontari paganti. Del tipo “Anche se non ci sono le risorse per mantenere questa scuola a lungo termine e per pagare i suoi insegnanti, la facciamo costruire lo stesso perché i volontari che parteciperanno alla costruzione frutteranno un sacco di soldi”. Secondo, ci sono lavori che sarebbe meglio affidare ai locali, per assicurare la partecipazione della comunità e darle autorità sul progetto, per favorire l’occupazione e far girare l’economia, nonché garantire una riuscita migliore vista l’esperienza che apportano. Terzo, la strumentalizzazione di certi progetti di accoglienza, che “usano” la presenza dei bambini come un mezzo per attirare l’attenzione dei volontari paganti, senza mettere in atto nessuna strategia di terapia o sviluppo della quale i piccoli avrebbero bisogno,  ma che richiederebbe tutto un altro tipo di risorse umane. E via dicendo.

Per ulteriori e più approfondite letture, ho scelto per voi un articolo del New York Times Magazine del 2016, che con molta delicatezza si dichiara piuttosto chiaramente contro il volonturismo.

Dopo  aver seminato rabbia e terrore con queste considerazioni, vorrei spezzare una lancia a favore del volonturismo, quello fatto meglio. Conosco un’organizzazione non-profit che offre questo tipo di pacchetti-esperienza per lavorare in Perù e in Tailandia. Grazie ai guadagni offerti dai volontari paganti, riescono a gestire vari progetti molto validi a sostegno delle comunità locali. Gli elementi che differenziano questo progetto da altri meno riusciti sono: pianificazione a lungo termine, combinazione equilibrata di forza lavoro professionista e volontari paganti e reinvestimento del 100% dei guadagni nello sviluppo di questi progetti umanitari, senza che nessuna agenzia si arricchisca alle spalle della cooperazione.

Voi cosa ne pensate?  Il volonturismo sta distruggendo la credibilità della cooperazione internazionale o ci offre un’opportunità della quale dobbiamo saper approfittare per portare avanti il nostro lavoro?

Pericolo o opportunità?

Come finanziare il vostro periodo di volontariato all’estero senza aiuti

Come finanziare il vostro periodo di volontariato all’estero senza aiuti

Quando si parla di volontariato internazionale, c’è una domanda che mi è stata rivolta moltissime volte in contesti molto diversi: ma come ci si sostenta economicamente per 4,5 o 6 mesi in un paese straniero senza un reddito, un rimborso spese, e nemmeno un posto dove stare gratis? La domanda è legittima e la risposta non è semplice.

Come abbiamo già discusso molte volte in questo blog, il volontariato internazionale esercita un fascino speciale su tutti quelli che nutrono una passione per la cooperazione, il lavoro sociale o il viaggio (sostenibile ovviamente). Molti sono coloro che desiderano partire, molti meno quelli che alla fine lo fanno, e la ragione, molto spesso, è economica. Nell’ambito del mio lavoro ho addirittura fatto il colloquio a candidati molto promettenti per i nostri stage (non retribuiti) in Perù, offerto loro la posizione, per poi sentirmi dire che ci hanno pensato bene, ma non possono affrontare il rischio di 3 o 6 mesi senza uno stipendio all’estero. Il problema della mancanza di risorse, quindi, è di duplice natura giacché affligge tanto il potenziale volontario che perde un’opportunità, quanto la stessa ONG che perde profili promettenti per non poter offrire una retribuzione.

Non so voi, ma a me è sempre sorta spontanea una domanda: sarà vero che le ONG non possono retribuire non solo i volontari poco qualificati, ma neanche i loro stagisti, che si sono magari appena fatti un master e che alla fine sono coloro che si accollano responsabilità concrete e sgobbano tanto quanto gli altri per mandare avanti il progetto? La risposta, nel bene e nel male, è tendenzialmente affermativa. Le ONG di piccole e medie dimensioni non possono veramente pagare più persone di quelle che già pagano, nonostante ne abbiano assoluto bisogno. Ed è qui che entra in gioco lo stagista-qualificato-volontario, o i volontari in generale. L’esperienza, come già ho affermato diverse volte, ne vale comunque la pena, ma rimane il fatto che con tutta la buona volontà del mondo una persona non possa, in molti casi, permettersi il lusso di prendere e partire, accollandosi tutte le spese del caso, che non sono poche (volo intercontinentale, assicurazione, affitto) e non ricevere neanche un piccolo rimborso.

Per coloro che hanno l’età ed il passaporto giusto, rimando a programmi quali lo SVE, il Servizio Civile, il Humanitarian Aid and Civil Protection, ed i Corpi Civili di Pace, tutti descritti nel mio articolo di Ottobre “Questa nuova tendenza del volontariato all’estero”. Già che ci siete vi invito anche a dare un’occhiata ai miei suggerimenti su piccole borse internazionali da (in media) $500 che chiunque si può aggiudicare. Colgo l’occasione per ringraziare coloro che mi hanno suggerito di aggiungere i Corpi Civili di Pace al mio precedente articolo, il quale, altrimenti, sarebbe rimasto incompleto e vi ricordo che il bando di quest’anno scade il 10 febbraio!

Quali sono invece le opportunità per coloro che hanno già compiuti i fatidici 28 anni, per coloro che non vengono presi, o che semplicemente non vogliono conformarsi alle limitazioni del programma quali date, destinazione o posizioni offerte? Bisogna dare spazio alla creatività! Per aiutarvi, in questo articolo vi presento quattro profili di volontari che senza schemi e senza reddito riescono a mantenersi durante la durata del programma all’estero (senza chiedere a mamma e papà).

Il risparmiatore:

Questo volontario o stagista conta sui suoi risparmi. È una persona che ha lavorato qualche anno,  messo su un gruzzoletto e deciso di investirlo tutto (o quasi) in un’esperienza che gli/le cambierà la vita! Visto che questa è un po’ la mia  categoria, vi racconto a grandi linee la mia storia. Stavo lavorando per una charity di Londra da più o meno un anno e mezzo, quando ho deciso di partire. Nonostante il costo della vita altissimo di questa città, ero riuscita a mettere da parte qualcosa, quindi ho cominciato a mandare domande a progetti internazionali che richiedessero uno stagista qualificato volontario, sono stata presa e sono partita, riuscendo a mantenermi per 6 mesi a Cusco, Perù. Il vero problema del risparmiatore è prendere la decisione di lasciare il lavoro, quello dipende da voi. A meno che non siate così fortunati da poter richiedere un’aspettativa di 2 o 3 mesi spiegando al capo che andrete a fare volontariato. Vi assicuro che è possibile e succede.

Il crowdfunder:

I social media sono il suo regno e la comunicazione la sua specialità! Il crowdfunder si avvale generalmente di una piattaforma online (per il crowfunding, ovviamente). Ecco quelle che conosco:

Go Fund Me– sezione volunteer and give back.

You Caring– sezione volunteer and social service

Fund Razr– sezione community and volunteer

Just Giving– sezione international volunteering

Vi rimando poi ad un utile link per trovare altri esempi. Una volta creata la campagna su uno di questi siti, il crowdfunder lancia un messaggio nel web attraverso social media, blog o quant’altro: se ognuno aiuta con un piccolo contributo, lui o lei potrà partire e partecipare ad un incredibile programma di volontariato. Naturalmente, spiega molto bene cosa fa l’ONG e chi sono le persone che si cerca di aiutare e perché. Il suo obiettivo è che i suoi contatti sentano che aiutandolo/la a partire potranno contribuire alla causa dell’ONG. Come avrete capito, si tratta di una vera campagna di marketing, un progetto impegnativo, ma paga. Anche se in Italia il concetto di crowdfunding non è ancora molto popolare, in altri paesi questo sistema aiuta moltissimi a partire. E se avete successo, la campagna di crowdfunding stessa è una cosa che potete mettere sul vostro CV.

Il doppio-turnista:

Si accolla le spese del viaggio, ma non sborsa neanche un euro per l’affitto. Usando piattaforme come Work Away o semplicemente mettendosi in contatto con ostelli e bed&breakfast offre qualche ora di lavoro al giorno in cambio di alloggio. La vita del doppio-turnista può essere dura! Dedicarsi a due lavori allo stesso tempo non è da tutti, ma è possibile, soprattutto se il programma di volontariato non è intensissimo. Normalmente, la giornata del doppio-turnista comincia con il progetto di volontariato sociale, ma, invece di concludersi all’ora di pranzo o alle 5-6 del pomeriggio, continua con un turno di reception o un giro di email in inglese alle quali il padrone dell’ostello non sa rispondere bene.

Lo scrittore:

Ama raccontare dei suoi viaggi e scrive benissimo! Lo scrittore ha il potere di convertire la sua passione in una fonte di guadagno. Ci sono quelli che scrivono un blog così popolare che comincia a dar loro un guadagno. Altri, invece, scrivono e vendono singoli articoli a blog di viaggio quali Rough Guides, Lonely Planet, o altri. Per esperienza, conosco solo persone che scrivano in inglese e se la cavino, ma se trovaste una rivista italiana che vi paghi come corrispondente da un altro paese, non sarebbe fantastico? Per mettervi sulla buona strada, condivido il link di un’amica blogger che paga i suoi viaggi ed i suoi periodi di volontariato scrivendo.

Il lavoratore in remoto:

Web-designer, consulenti, programmatori, o qualsiasi altro lavoro che si possa fare con un computer e internet. Il lavoratore in remoto ha la fortuna di poter partire senza abbandonare completamente i suoi progetti professionali. Avete mai pensato di prendervi una semi-vacanza, dedicare il vostro tempo a una nobile causa, senza nel frattempo tralasciare totalmente le vostre occupazioni? Molti hanno già deciso di partire e si sono dedicati a progetti sociali senza per questo rinunciare totalmente ai loro guadagni.

Grazie ai contributi dei lettori, abbiamo il piacere di presentare anche:

Il commerciante:

Crede nel fair-trade ed ha i contatti giusti. Il commerciante  compra dai produttori locali per poi vendere in Italia con un piccolo guadagno, che lo aiuta a mantenersi. Lo scoglio più grande è quello del trasporto. Dipendendo dal prodotto, potrà metterlo comodamente in valigia (come suggerisce Marco) oppure appoggiarsi ad una ditta di spedizioni raccomandata da qualche ONG o associazione locale (come raccomanda Claudia). Ad ogni modo, bisogna ricordarsi che non tutti i prodotti possono essere legalmente trasportati quindi informatevi bene! (Grazie a tutti!)

L’insegnante:

Ha tanta pazienza e gli/le piace insegnare! Questo volontario insegna la sua lingua (o un’altra lingua che conosce) nel luogo dove lavora. Le lezioni private sono ben remunerate e, in moltissimi paesi, sarà facile trovare una famiglia, una ditta o una persona che voglia imparare e paghi per farlo. Certo, come il doppio-turnista, bisogna essere capaci di gestire bene gli impegni, ma alla fine ne sarà valsa la pena. (Grazie a Claudia per la collaborazione!)

Il tour operator:

È spigliato e ci sa fare con la gente. Il tour operator offre i suoi servizi ad agenzie turistiche locali prestandosi come interprete o “mediatore culturale” responsabile dell’accoglienza dei turisti. Saprete bene che in alcuni paesi questo settore non è molto sviluppato e il contributo di una persona che capisca la sensibilità culturale dei turisti farà la differenza. Certe lingue, poi, possono rivelarsi utilissime: quand’ero a Cusco c’era un bisogno costante di guide turistiche che parlassero tedesco! Ovviamente, il tempo è nuovamente un fattore avverso e ci sará bisogno di trovare un equilibrio tra l’attività di volontariato e la collaborazione con l’agenzia. (Grazie ancora a Claudia!)

Appartenete a qualcuna di queste categorie? O forse ad un’altra? Fatemi sapere qual è la vostra soluzione creativa al problema della mancanza di risorse per il volontario all’estero in modo da completare l’articolo e renderlo più utile per tutti!

 

Tutte le lingue della cooperazione internazionale

Tutte le lingue della cooperazione internazionale

Lingue e cooperazione internazionale. Due campi che, indipendentemente da come li guardi, non fanno altro che intrecciarsi, sfiorarsi, sovrapporsi. Le lingue sono ovviamente necessarie affinché due culture, due paesi possano lavorare insieme. Lingue è spesso il background di molti giovani che sognano di lavorare nel settore dello sviluppo internazionale. Parlare almeno una lingua straniera è un requisito che troverete nella maggior parte delle offerte di lavoro nel campo della cooperazione. Ed infine, esistono lingue “ufficiali” che muovono gli affari delle più grandi ONG e organizzazioni internazionali nel mondo.  Sorgono spontanee un sacco di domande, prima fra tutte: qual è la lingua migliore da imparare? Serve impararne più di una? Ci sono lavori per i quali le lingue non servano? Al di là della mia esperienza personale, ho fatto un po’ di ricerca (sia sui siti di recruitment che su riviste specializzate) ed ora condivido con voi ciò che ho scoperto.

La prima cosa da tenere a mente è che la comunicazione a livello internazionale è una delle dinamiche chiave all’interno di qualsiasi ONG o organizzazione di cooperazione, e questo  necessariamente implica che parlare solo l’italiano non è sufficiente. Il fattore principale che determina l’importanza delle lingue da imparare, banalmente, è il denaro. Infatti, è di primaria importanza sapere da dove viene e dove va: quali sono i paesi ricettori di aiuti, ovvero dove i progetti di cooperazione tendono a svolgersi? Quali sono i paesi che donano i fondi affinché questi progetti si possano realizzare?

Da questo si deduce che quasi tutti i profili lavorativi del settore esigano candidati bilingui. Se il vostro sogno è fare fundraising dovrete essere capaci di parlare la lingua dei donatori, qualunque essa sia. Se al contrario vi interessa il lavoro cosiddetto sul campo, ovvero a diretto contatto con gli sviluppi del progetto, dovrete parlare la lingua del posto, o una lingua franca che comunque vi permetta di comunicare.

Ci sono persone che per talento o background partono avvantaggiate, ma non bisogna scoraggiarsi. Imparare le lingue non è affatto  impossibile, soprattutto se siamo disposti a viaggiare (come volontari e non). Esiste una magica lista, per ordine di importanza, delle lingue che il candidato ideale per un lavoro di cooperazione internazionale dovrebbe sapere? Ovviamente no,  giacché il mondo è grande e, a seconda dell’area geografica o professionale d’interesse, le lingue necessarie o desiderabili cambiano moltissimo. Una costante però c’è, ed è da lì che partiremo con l’elenco delle lingue della cooperazione internazionale.

Inglese, imprescindibile:

Da questa non si scappa. Il mondo della cooperazione internazionale, come tutti i settori internazionali in realtà, parla inglese. Più o meno bene, però lo parla. L’inglese è la chiave per i ruoli di gestione e coordinazione di progetti, per quelli che si occupano di social media, per il fundraising, per la ricerca, per il recruitment, per tutto. È la lingua ufficiale del settore, se vogliamo, visto che anche tutto il vocabolario settoriale viene dall’inglese: fundraising, capacity-building, WASH, etc. I maggiori articoli accademici si pubblicano in inglese. I maggiori eventi internazionali “parlano” inglese.  E, come se non bastasse, ci sono molti paesi ricettori di aiuti in Africa o in Asia dove una buona parte della popolazione parla inglese. Insomma, non c’è modo di costruire un buon profilo professionale per il settore della cooperazione senza imparare l’inglese. Sicuramente, tutti coloro che hanno già vissuto esperienze di scambi interculturali o volontariato all’estero se ne saranno resi conto.

Francese, per gli europei quasi un must:

Quanto mi piacerebbe sapere il francese! Ecco un’altra lingua richiestissima ed il fatto di non parlarla mi ha chiuso un sacco di porte. A livello europeo il francese è molto importante, essendo una delle lingue ufficiali dell’Unione Europea, ma, al di là di questo,  è anche parlato in moltissimi stati africani (almeno 27), nonché in piccole parti dell’Asia e dell’America Latina, ovvero in tutte le regioni più rappresentative come ricettori di aiuti internazionali. Una gran parte degli aiuti che provengono dall’Italia o dall’Europa in generale vanno proprio nei paesi francofoni dell’Africa, dove il francese è parlato da una buona parte della popolazione. Questo, in realtà,  è un vantaggio per i cooperanti, i quali non si vedono necessariamente obbligati a raggiungere un buon livello di conoscenza della lingua locale, la quale sarebbe sicuramente più difficile da imparare che non il francese (ovviamente parlo per gli italiani, in questo caso).  Non tralasciamo inoltre il fatto che, come lingua di peso in Europa e lingua ufficiale di molte organizzazioni, apre le porte a tutt’una serie di opportunità a livello di fundraising, project management e marketing.

Spagnolo, apre le porte dell’America Latina:

La questione dello spagnolo è per molti versi simile al francese: una lingua parlata da numerosi paesi ricettori, ed alcuni donatori. Spagnolo si parla in quasi tutta l’America Latina, una regione verso la quale si muovono moltissimi aiuti, anche se non tanti come quelli che vanno in Africa. Inoltre, questi tendono a venire più dagli Stati Uniti che dall’Europa, un’altra importante differenza. A livello di paesi donatori, risalta soprattutto la Spagna, sulla quale vale la pena fare un’osservazione: è infatti uno di quei paesi dove non ve la cavate sapendo l’inglese e basta, quindi per poter accedere alle offerte di lavoro della cooperazione spagnola, bisogna per forza parlare spagnolo.

Portoghese, tra America Latina e Africa:

Concludiamo l’elenco delle lingue cosiddette coloniali (parola che non mi piace usare, ma da perfettamente l’idea del come e perché certe lingue siano così diffuse) con il portoghese. Nonostante non abbia molto peso a livello di paesi donatori, è molto importante per coloro che vogliano lavorare a stretto contatto con i progetti di cooperazione in alcune parti dell’America Latina (Brasile ovviamente) ed Africa (paesi come Angola e Mozambico). Inoltre, il peso del Brasile come paese donatore è in aumento negli ultimi anni, quindi bisogna vedere cosa ci riserverà il futuro.

Arabo, un classico:

Da molti anni, nel mondo della cooperazione, le persone che parlano arabo sono molto ricercate e, ultimamente, questa lingua sta anche ricoprendo un ruolo importante per le attività relative all’emergenza rifugiati. Imparare l’arabo è difficile, ma se riusciste a raggiungere un buon livello il vostro profilo si farà molto più interessante. Io ho studiato arabo per tre anni, dei quali un paio di mesi presso l’Università di Damasco, e vi posso assicurare che non è come mettersi a studiare lo spagnolo o il francese. L’arabo richiede tutta la vostra determinazione, ma sicuramente alla fine ne varrà la pena.

Urdu, Dari, Farsi, Pashto, Tailandese, Birmano, Tamil, Baasha, Swahili… – un vantaggio competitivo:

Metto queste lingue nella stessa lista solamente perché ricoprono una funzione simile per il profilo di un cooperante. Sono lingue piuttosto diffuse (il farsi è parlato da più di 100 milioni di persone, così come il tamil), un po’ limitate geograficamente e poca gente da noi le studia. Vi offrono quindi un vantaggio competitivo interessante, ma allo stesso tempo, come l’arabo, richiedono molto impegno. Credo valga anche la pena osservare che per la maggior parte delle organizzazioni internazionali queste lingue non sono uno dei requisiti necessari, ma sicuramente sono un gradito extra e possono aiutarvi a ricevere stipendi più alti (visto che risparmiano con la traduzione!)

Cinese e Hindi, i donatori del futuro?

Cinese e Hindi non sono le tipiche lingue del cooperante oggigiorno, ma si dice che Cina e India si stiano affermando sempre più come fonti di aiuti umanitari e questo può significare che nel futuro ci saranno sempre più organizzazioni internazionali e ONG che le useranno.

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