Non una e non uno di meno: combattiamo la violenza contro le donne

Non una e non uno di meno: combattiamo la violenza contro le donne

Nel mondo, una donna su tre ha subito, nel corso della sua vita, violenza per colpa di un uomo. Una su tre. Adesso pensa alle tue migliori amiche, a tua sorella, a tua figlia, alle tue cugine e comincia a contare: i numeri dicono che ogni, due vivranno una vita libera dalla violenza e una ne sarà vittima. Probabilmente, dicono sempre i numeri, sarà proprio il suo compagno che tra le mura domestiche gliele darà di santa ragione, che so io, per essere tornata più tardi di quello che avevano concordato.  Probabilmente, tu conoscerai quel mascalzone, ma non ti renderai conto di nulla perché la tua amica, tua sorella, tua figlia o tua cugina non avrà il coraggio o la forza di raccontarlo: nove volte su dieci una donna non denuncia. Certo potrebbe andare peggio: potresti anche appartenere a quella percentuale che pensa “tra moglie e marito non mettere il dito” e sono tutti affari loro, che magari lei se l’è meritato.

Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza Contro le Donne: perché no?

Visti i numeri, non dovrebbe stupire che sia stata istituita una Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza Contro le Donne il 25 novembre, nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica e colpevolizzare questi atteggiamenti patriarcali in tutto il mondo. Eppure tantissime volte sono testimone di reazioni insofferenti, tipo “che palle ‘ste femministe con le loro manie”.  Quando chiedo di elaborare, mi vengono tendenzialmente date due risposte tipo. La prima: “Non è certo con queste sciocchezze (leggi marce di sensibilizzazione, giornate mondiali, uso della parola femminicidio al posto di omicidio) che si risolve il problema, serve ben altro”; la seconda: “Ma agli uomini che sono vittime di violenza non ci pensa nessuno? Quindi va bene se una donna picchia un uomo?”.

Alla prima obiezione rispondo ok, la sensibilizzazione è un lavoro comprensivo che non si esaurisce con le marce e con gli slogan. Ma! I movimenti per i diritti umani, lungi dall’essere una sciocchezza, hanno aperto gli occhi al mondo. E neanche l’uso di parole chiave per la sensibilizzazione, come ricorrere alla parola femminicidio per concentrare l’attenzione sul fatto che la vittima è stata uccisa in quanto donna, è una sciocchezza. Non siamo forse tutti coscienti della forza delle parole, parole che offendo, che umiliano? La cultura patriarcale è imbevuta di parole forti, debilitanti e umilianti, come puttana (leggi donna che ha relazioni sessuali con più di un uomo, o che mette una gonna corta, o che fa qualsiasi cosa che all’uomo non vada bene);  o isterica (leggi donna che ha un’opinione forte o che è stufa di starsene zitta). Quindi non vedo perché non si possano usare le parole anche per difenderle, le donne, oltre che umiliarle.

Alla seconda obiezione rispondo no, non va bene se una donna picchia un uomo. E non è una scusa il fatto che sia solitamente meno forte. Non lo è. Certo, lo schiaffo della fidanzata gelosa non ha mai mandato un uomo all’ospedale, non l’ha mai sfigurato, o lasciato svenuto in terra. Ma è decisamente, eticamente sbagliato.  Spesso suggerisco agli amici dell’obiezione numero due che se vogliono veramente trasformarsi in difensori degli uomini vittime di abuso domestico si facciano pure avanti perché di lavoro da fare ce n’è: l’abuso non è prerogativa del marito sulla moglie. Ci sono mariti vittime delle loro mogli, soprattutto di violenza psicologica ed emozionale che portano l’uomo alla depressione. Ci sono coppie gay dove uno dei due uomini usa violenza fisica e sessuale sul compagno. Ma normalmente i miei interlocutori non dimostrano grande interesse nel continuare la conversazione.

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È il momento di dire basta

La violenza sulle donne è un male che affligge il mondo. È un male del quale le culture stesse sono impregnate visto che la violenza sulle donne è sminuita e giustificata, se non incoraggiata, in quasi tutte le culture di questo pianeta. E a volte sono lo donne stesse che puntano il dito contro le altre, “puttane”, che si meritano un tale trattamento! La comunità internazionale il 25 novembre dice basta:

Basta alle fidanzatine terrorizzate dal fidanzatino per la gonna troppo corta, per gli amici maschi, per avere una vita. Hanno 14 anni e già sono costrette ad abbassare la testa nel nome di un amore che non è amore, che è controllo e ossessione.

Basta alle donne spaventate che corrono a denunciare l’ennesima sfuriata del marito ubriaco e si sentono rispondere “Suvvia, sono cose che succedono, adesso torni a casa e sia un brava moglie che vedrà che non succede più”. Il braccio della legge ipocrita difende il patriarcato e ironizza sulle vittime, fino a quando non è troppo tardi e queste compaiono in un obitorio, picchiate a morte.

Basta alle giustificazioni tipo era ubriaca e ci ha provato con me, aveva la gonna troppo corta, tanto se la fa con tutti. Magari era ubriaca, ma questo non diminuisce la colpa e la brutalità dei 7 compagni di studi che le sono saltati addosso e l’hanno stuprata. Magari se la fa con tutti, ma con te proprio no. Magari la gonna era corta: quindi??

Basta alla violenza all’interno dell’arma. Una donna che decide di servire il proprio paese e fare un lavoro predominantemente maschile si espone ad un altissimo rischio di stupro e violenza, che spesso non viene denunciato. Ma vi sembra normale?

Basta al terrore e alla vergogna che impedisce alle vittime di violenza domestica di denunciare. Deve esistere un sistema per aiutarle, quando denunciano. E una società pronta ad empatizzare, non a condannare.

Cambiando le cose, un passo alla volta

Insomma basta trattare le donne come proprietà privata, peccatrici, oggetti.  Non solo il 25 novembre, ma tutti i giorni dovremmo appoggiare iniziative di sensibilizzazione ed educazione, come He for She che parte dal presupposto che la lotta alla violenza va combattuta in egual misura da uomini e donne. Oppure One Billion Rising, una delle più grandi reti di attivismo del mondo. O anche Non una di meno, braccio italiano di un movimento internazionale che si mobilita in difesa delle donne vittime di violenza.

E come dimenticare le piccole iniziative locali? Qualche anno fa abbiamo trasformato un corso di fotografia in un’occasione per sensibilizzare una classe di 15 partecipanti adolescenti sul tema della violenza contro le donne e della discriminazione.  La loro risposta è stata incredibile, forte, decisa.  Le ragazze, provenienti da un’area di Londra con alti tassi di violenza domestica, hanno espresso con entusiasmo la loro identità di giovani donne indipendenti, motivate ed appassionate. Hanno preso coscienza della discriminazione e della violenza ed hanno espresso il loro coraggio attraverso fantastiche fotografie che rappresentano loro stesse ed i loro sogni. In un’altra occasione abbiamo lavorato con un gruppo di maschietti in Perù, tutti  tra la pre-adolescenza e l’adolescenza, su importantissimi temi quali il rispetto e la buona comunicazione.  Abbiamo cercato di contrastare i preconcetti legati agli stereotipi sociali e realizzato attività per fare pratica con le dinamiche di ascolto attivo ed empatia. Insomma, questi giovani uomini si sono indirettamente misurati con uno dei problemi sociali più grandi del loro paese, la violenza sulle donne, e ne sono usciti più preparati e coscienti. Questi sono solo due piccoli esempi di pratiche di sensibilizzazione che potrebbero essere applicati ovunque, insieme all’educazione sessuale, per crescere nuove generazioni di donne libere dalla minaccia della violenza e uomini che rispettino le donne non necessariamente in quanto donne: in quanto esseri umani con i loro stessi diritti!

Ebbene sì, la giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne non è sufficiente a porre fine a questo incubo, ma se anche solo servisse a farci pensare un po’ di più a come educhiamo i nostri figli e le nostre figlie, i nostri studenti, a come ci trattiamo tra di noi e soprattutto a come noi donne trattiamo noi stesse, allora il suo scopo l’avrebbe raggiunto.

Foto: Google

Adesso ci chiamano #NEET

Adesso ci chiamano #NEET

Italia al primo posto per numero di giovani NEET (Not in Education Employment or Training). I dati sono sconcertanti e ci obbligano a guardare dritto negli occhi il fallimento di un sistema che è stato in grado di produrre simili cifre. E ricordiamo che dietro ogni cifra c’è un giovane tra i 15 e i 29 anni che vede le sue speranze per il futuro naufragare tra centinaia di tentativi frustrati di trovare lavoro e farsi una vita. NEET è un’etichetta con la quale definiamo un gruppo piuttosto eterogeneo di persone: ci sono NEET attivi, che fanno di tutto per cavarsela (volontariato, lavoretti, etc) e ci sono NEET inattivi, che non sono partecipi della società e che non sanno proprio come uscirne. Nessuno sa bene contro chi puntare il dito: sarà colpa dei genitori troppo protettivi? O la scuola che non ci prepara ad affrontare la vita? Nonostante l’Italia detenga questo triste primato, l’emergenza NEET è riconosciuta a livello europeo. I ragazzi con cui ho lavorato io per un paio d’anni erano londinesi,  nati e cresciuti in quella grande città dove molti italiani si rifugiano in cerca di opportunità. Eppure i nostri ragazzi, quelli del centro dove lavoravo, le opportunità non le vedevano, non le cercavano, oppure semplicemente non vi sapevano accedere.

Imparando con i NEET di Londra

La sfida nel nostro lavoro con i NEET, quelli più inattivi ed esclusi, era rintracciarli.  Normalmente, quando hai un progetto che  interessa ai giovani vai nelle scuole o nelle università, nei centri sportivi o, nel contesto londinese, nei youth centres, cosa che noi eravamo, almeno in parte. Ma i NEET dove li cerchi? Molti non sono raggiungibili neanche tramite internet ed i social, che non usano, o usano solo nel contesto molto ristretto delle loro amicizie. La nostra strategia più efficace era il passaparola. Quando un giovane (anzi, diciamo una giovane, perché noi lavoravamo solo con ragazze, le più difficili da raggiungere, secondo le statistiche) veniva al centro, attirata dai corsi vocazionali con diploma che offrivamo, da un evento, o anche solo per accompagnare la sorellina alla lezione di danza, noi eravamo lì, la porta aperta, pronti a chiacchierare del più e del meno, a renderci disponibili, qualsiasi cosa, noi siamo qui. Tra una chicchera e l’altra spiegavamo cosa potevamo offrire, la invitavamo a tornare, a lasciarci il numero. E se tornava, se rispondeva alle chiamate, il primo passo l’avevamo fatto! Se la ragazza si inseriva, partecipava e captava il messaggio, allora diventava lei stessa agente di cambio, e passava parola tra gli altri membri della sua comunità e così le fila di quelli che potevamo aiutare s’ingrandivano.

Ma le sfide non finivano lì. Queste ragazze avevano tanti altri ostacoli da affrontare prima di cambiare veramente il loro ruolo all’interno della società. Tanto per cominciare, mancava loro l’abitudine alla costanza e alla determinazione. Reduci di un percorso scolastico tutt’altro che brillante e circondate da esempi di vita un po’ sbandati, costava loro molta fatica assistere alle riunioni settimanali, presentarsi in orario, continuare con la ricerca di un lavoro nonostante i primi fallimenti, o addirittura presentarsi al lavoro che trovavano. Un secondo ostacolo era rappresentato dalle famiglie: sembra incredibile, ma è anche successo che i genitori stessi si mettessero tra noi e le ragazze, dicendo che facevamo perdere loro del tempo, che era loro dovere occuparsi dei fratellini più piccoli o dei nonni. Io rimanevo di sasso. Com’era possibile? Quelle ragazze stavano sprecando un potenziale enorme e correvano il rischio di rimanere nella trappola sociale dei sussidi a vita, e l’unica cosa che ci dicevano i genitori era che facevamo perdere loro del tempo. Come se pensare al proprio futuro fosse una perdita di tempo! Infine, si riscontrava una generalizzata mancanza di ambizioni realistiche. Il più delle volte l’ambizione era fare soldi, e basta. Certo, se nasci con poche risorse, e capisci fin da piccolo cos’è la povertà, il sogno è non dover continuare a vivere la stessa vita. Ma avere un’ambizione concreta, una passione, è ciò che veramente ti dà il potere di cambiare le cose. È come un’energia che ti permette di andare avanti, anche quando la situazione si mette un po’ male.

Quest’esperienza mi insegna che ci sono giovani che hanno bisogno di un aiuto o anche solo di una spinta ovunque. Anche in questa mitica Londra nella quale noi italiani ci rifugiamo per trovare le opportunità e la meritocrazia che non si trovano dalle nostre parti. Ma basta dare uno sguardo alle statistiche per capire che la Gran Bretagna, insieme a paesi europei ancora più meritevoli come l’Olanda, può insegnare molto a paesi come il nostro, dove il numero dei cosiddetti NEET arriva a superare i 2 milioni. La situazione economica a livello nazionale gioca senza dubbio un ruolo importante, così come il sistema educativo e la sua connessione con quello lavorativo. Ma ci sono altri aspetti della società di questi paesi che io, ed altre persone molto più autorevoli di me, consideriamo chiave in quanto giocano un ruolo importante nella vita di un giovane affinché questi possa cominciare ad appropriarsi degli strumenti necessari per cominciare a plasmarsi un’identità sociale e professionale ed infine trovare lavoro. Nel nord Europa, dove i NEET sono tendenzialmente meno, c’è una maggior spinta all’indipendenza: vivere da soli a meno di vent’anni, lavorare tutta l’estate dai tempi della scuola, prendersi sei mesi o più per vedere il mondo, armato solo di uno zaino. Tutto ciò porta i ragazzi ad una maggiore autocoscienza ed autostima, nonché maggior coraggio e determinazione rispetto a chi, come noi, tende a maturare più tardi e a vivere sotto l’ala della famiglia più a lungo.

Cosa ci manca?

Credo, basandomi su statistiche e letture, nonché esperienza personale, che ai cosiddetti NEET inattivi, ai quali manca ora accesso al lavoro, sia mancato in passato accesso alle opportunità di formazione corrette,  che non vengono solo dalla scuola! Non dubito neanche per un secondo che in tutta questa situazione la scuola abbia delle colpe: visto che ho meno di trent’anni, la scuola dei NEET l’ho fatta pure io, e parlo per esperienza. Non dubito che un po’ di colpa ce l’abbiano anche le famiglie. Ma al di là di queste istituzioni, la colpa ce l’ha la cultura attuale che non ci ha stimolato a dare di più, non ci ha indirizzato a cogliere le opportunità sul nostro cammino. Ci sono tantissimi modi diversi per cominciare a delineare un’identità professionale anche a 16-17 anni (e prima ancora). Ci sono i “lavoretti” da fare d’estate, c’è il volontariato, i corsi extra (di lingua, per esempio), lo sport, i centri giovanili e gli scout; ci sono i viaggi! E guardate che di tutti i backpackers che ho conosciuto, quasi nessuno gira il mondo con i soldi di mamma e papà, lo fanno con i risparmi che hanno accumulato lavorando durante le vacanze. E parlando di volontariato, se fatto con il servizio civile o con lo SVE, è pure pagato (vedi Questa nuova tendenza del volontariato all’estero). Queste opportunità di formazione extra curricolare, diciamo, possono aiutare nello sviluppo di tutt’una serie di abilità (le soft skills) tra le quali la fiducia in noi stessi, la capacità di ascoltare e farci ascoltare, il coraggio di cadere e rialzarci, nonché la determinazione per arrivare fino in fondo. C’è chi ci nasce, e chi no e la maggior parte di noi ha bisogno di uno spazio per imparare.

Ho da poco letto un articolo (link) incentrato sul tema dell’alternanza scuola-lavoro, nuova arma del ministero per connettere il mondo dell’istruzione a quello del lavoro. La critica che il giornalista muove al nuovo piano ministeriale è valida ed informata, ma quello che mi ha lasciato perplessa è stato il fatto che sminuisse un po’ l’importanza delle soft skills, a vantaggio di conoscenze importantissime, ma più teoriche, come spiegare il jobs act, o lo statuto dei lavoratori. È verissimo che tutti noi dovremmo conoscere a menadito i nostri diritti, e che dovremmo renderci conto, a anche livello politico, di ciò che succede nel mondo del lavoro, così come dovremmo conoscere bene, e non conosciamo, la nostra storia e letteratura. Ma quando uno ha venti e passa anni e cerca un lavoro, anche le soft skills sono fondamentali! E non perché possa essere il candidato perfetto per vendere patatine al McDonald’s con un sorriso (vedi l’articolo a cui mi riferisco), ma perché queste gli servono per imbarcarsi, e persistere, nella ricerca di un lavoro, un qualsiasi lavoro! Mi piace pensare alla ricerca di un lavoro come ad un progetto: uno deve aver ben chiaro l’obiettivo, le risorse di cui dispone e quello che gli manca; se non riesce a raggiungere l’obiettivo, fa marcia indietro e cambia la strategia. Per tutto ciò serve autocoscienza e autostima, dalla quale deriva il coraggio di sbagliare e la determinazione per arrivare fino in fondo.

Una speranza, anzi due: uno, che un po’ di gente apra gli occhi e il sistema di formazione e preparazione al lavoro cominci a cambiare; due, che, se nonostante tutto le cose non cambiano, i giovani comincino ad andarsele a prendere da soli le occasioni, che si può, basta che credano in sé stessi. In bocca al lupo a tutti quelli che cercano lavoro!

Máxima Acuña e le battaglie per il diritto alla terra

Máxima Acuña e le battaglie per il diritto alla terra

Non sapevo chi fosse Máxima Acuña de Chaupe fino a quando il suo nome non è apparso durante le ricerche per la mia tesi di laurea. Nonostante questa non fosse totalmente incentrata sul tema dell’estrazione mineraria, parlarne si è rivelato inevitabile per dare un quadro completo delle tendenze dell’economia e del commercio latinoamericani in generale e venezuelani in particolare. Se ve lo state chiedendo, no, la mia tesi non ha predetto neanche alla lontana il disastro che il paese sta affrontando al momento (non era neanche morto Chávez all’epoca), ma mi ha portato a leggere un sacco di documenti interessanti sugli abusi dell’industria mineraria in tutto il Sud America. Ed è proprio così, tra un articolo di giornale e un video su You Tube, che ho fatto la conoscenza di Máxima. In questi giorni, mentre leggo le notizie di Standing Rock e della resistenza contro l’oleodotto, ho pensato molto alla sua incredibile storia e se c’è ancora qualcuno che non la conosce, è il momento che ve la raccontino.

Máxima Acuña de Chaupe è una signora peruviana, agricoltrice di sussistenza, che avrebbe condotto una vita assolutamente tranquilla nella sua casa del dipartimento di Cajamarca, Perù, se le compagnie estrattive Newmont e Buenaventura non avessero deciso di impadronirsi del terreno nel quale vivono lei e alla sua famiglia per ampliare i lavori di estrazione. Máxima non ha ceduto e ha lottato, pagando il prezzo che tanti, troppi attivisti pagano quando si rifiutano di abbassare la testa di fronte ai giganti della politica o dell’economia.  La sua casetta è stata distrutta e ricostruita più di una volta e lei e i suoi famigliari sono stati picchiati e minacciati. Quando ascolto la sua testimonianza nei numerosi video a disposizione su You Tube, mi vengono i brividi pensando alla grandezza della battaglia che questa donna e la sua famiglia hanno deciso di combattere. Una campesina che non molla di fronte ai giganti delle miniere, armata solo del vincolo che la lega a quella terra che si rifiuta di abbandonare e del fragile diritto ad abitare e coltivare il terreno che le appartiene.

L’appoggio della comunità internazionale, purtroppo, le serve a poco quando si presentano sulla sua proprietà, armati e numerosi. Máxima vive circondata e basso la costante minaccia di coloro che la considerano un mero ostacolo da spazzare via. Pare che l’ultimo attacco ai danni della donna e della sua famiglia sia stato portato a termine meno di due mesi fa, nonostante Máxima sia stata investita, proprio quest’anno, del Goldman Environmental Prize, un premio internazionale che ha dato nuova visibilità al suo caso. Sulla pagina internet del  Goldman si puó leggere che la donna “è ormai conosciuta in tutto il Sudamerica per il suo motivante coraggio nell’opporsi ad una multinazionale dell’industria mineraria”.

Sono almeno 5 anni che Máxima sopporta e lotta in queste condizioni, fin dal 2011 quando la sua casa fu distrutta per la prima volta e da allora non ha mai ceduto. Come riportato da Goldman, la donna si è convertita in una fonte di incoraggiamento per tante altre persone che come lei portano avanti, giorno dopo giorno, una battaglia per la difesa dei loro diritti,  di quelli del loro popolo o della loro terra. Lo scorso anno (2015) è stato uno dei più neri per l’attivismo sudamericano: Oxfam denuncia che 122 persone sono state uccise, ovvero che il 65% degli omicidi ai danni di attivisti è stato commesso nella sola America Latina. Quasi sempre, il colpevole non viene né trovato né arrestato. Le vittime? Gente umile, uomini e donne che militano per i loro diritti. Oxfam sostiene che il motivo principale per l’aumento di questi omicidi sia proprio l’industria mineraria che continua ad espandersi senza che i governi impongano limiti e regolamenti chiari per proteggere il loro popolo e le loro risorse naturali. Ecco l’intero report di Oxfam, da leggere per saperne di più: link.

L’incubo di Máxima potrà finire solo quando le multinazionali delle miniere rinuncino al territorio sul quale vivono lei e alla sua famiglia. La resa non sembra essere nei suoi piani. Sul sito del Goldman si può trovare una petizione destinata ai CEO di Newmont e Buenaventura affinché ritirino la causa che hanno aperto contro la donna, accusandola di non avere nessun diritto sulla terra che Máxima difende. Purtroppo, la pressione della comunità internazionale sembra non importare proprio nulla a quelli delle miniere, ma come insegna Máxima, è con la perseveranza che si ottengono risultati ed è proprio questo il messaggio che la storia di questa campesina manda a tutto il mondo. In questo momento storico, in cui in molti si schierano con i nativi americani a Standing Rock per proteggere un altro territorio minacciato, un luogo sacro e vitale per i suoi abitanti, ho pensato fosse opportuno ricordare ciò che rappresenta questa signora che senza volerlo si è trasformata in una veterana della resistenza, affinché serva di incoraggiamento ed ispirazione.

Segui la storia di Máxima sulla pagina Facebook, aggiornata grazie al contributo di ULAM: @MaximaChaupe

Foto: Jorge Chávez Ortiz-2013/ modifiche di Traccia Nomade

Cooperazione Internazionale: uno sguardo d’insieme

Cooperazione Internazionale: uno sguardo d’insieme

Siamo in tanti ad essere affascinati dal mondo della cooperazione internazionale ed in molti desideriamo farne parte, come volontari, professionisti o anche solo donando. Non ci sono dubbi sul fatto che questo settore offra numerosi spunti di interesse a livello etico, emotivo e di crescita personale, tanto da giustificare il fatto che sempre più persone vi si dedichino. Non tutti, però, si soffermano a dare uno sguardo d’insieme per capire un po’ più a fondo questo mondo complesso, fatto di luci e d’ombre.

Di recente, il progetto Open Cooperazione ha pubblicato dati freschissimi sul lavoro delle ONG italiane operative in tutto il mondo. Il solo fatto che questo progetto esista è un dato importantissimo che dimostra che decine di ONG italiane si  preoccupano del fattore trasparenza, un elemento fondamentale per un’industria che basa i suoi ingressi sulla fiducia che le persone e le istituzioni ripongono nel loro lavoro. Quanti di noi, però, non si preoccupano di saperne di più e si fermano ad un livello di conoscenza molto superficiale? È molto più accattivante guardare un video promozionale che racconti una storia toccante e ci mostri operatori e  volontari all’opera che leggere articoli e dati. Considerando la crescita del settore e la quantità di persone e risorse coinvolte ogni anno, mi sembra importante passare dall’essere osservatori passivi ad un approccio più critico che esamini il lavoro, i risultati e il ruolo giocato dalle ONG.

La superficie:

L’immagine proiettata dalle organizzazioni di cooperazione internazionale attraverso le loro campagne di marketing è fatta di belle foto ed emozioni. Qual è la prima cosa che ci viene in mente se pensiamo a Save the Children, UNICEF o Oxfam? Sicuramente qualcosa del genere:

Queste campagne cercano di fare appello alla nostra compassione attraverso immagini a volte strazianti, a volte di speranza. Ci forniscono pochissimi dati sul lavoro dell’organizzazione e si giocano tutto sulle storie di persone con le quali ci sentiamo identificati. Dobbiamo riconoscere, però, che questa è solo la punta dell’iceberg di un mondo molto più complesso,  influenzato dalle leggi della politica, affetto da corruzione e protagonista, a volte, di errori grossolani e di malcelati tentativi di egemonizzazione culturale.

Uno sguardo più a fondo:

L’ideologia

I maggiori paesi donatori nel 2015 sono gli Stati Uniti (di gran lunga quelli che hanno donato di più), la Gran Bretagna e la Germania. L’Italia si trova comunque tra i primi dieci paesi donatori. Quali sono i motivi che spingono questi paesi a donare miliardi di dollari ogni anno? Certo gli obiettivi generali  sono l’alleviamento della povertà a livello mondiale, lo sviluppo delle istituzioni, la salvaguardia dei diritti umani e il mantenimento della pace. Nello specifico, però, ogni paese ha i suoi interessi politici che giustificano l’amministrazione delle risorse. L’Italia, per esempio, come si legge sul sito del Ministero degli Esteri, ha cominciato con la cooperazione internazionale negli anni 50 “con una serie di interventi di assistenza messi in atto in Paesi legati all’Italia da precedenti vincoli storici”. Al giorno d’oggi, la cooperazione italiana si concentra, ovviamente, sul controllo dei flussi migratori, d’accordo con quelle che sono le politiche del governo che riconosce la cooperazione internazionale come “parte integrante e qualificante della politica estera”. Certo, le ONG, come Organizzazioni Non Governative, non devono necessariamente rispondere agli obiettivi istituzionali dei loro governi, ma, nel caso dell’Italia, il 71% delle risorse economiche usate viene dalle istituzioni e quindi esiste un vincolo. Così come le ONG che ricevono la maggior parte delle donazioni da associazioni religiose, come la Chiesa, risponderanno a quel tipo di ideologia.

La qualità degli aiuti:

Il fatto che un paese, o un’organizzazione, investa ogni anno una quantità stratosferica di risorse economiche negli aiuti internazionali non vuol dire necessariamente che stiano facendo le cose per bene. La quantità è diversa dalla qualità. Cosa può andare male? Praticamente tutto, a partire dalla pianificazione stessa del progetto  e dagli obiettivi che uno si pone. Quali sono i problemi di cui un determinato territorio soffre? In che modo il progetto lavorerà per risolverli? In quanto tempo? Chi sono gli altri attori che lavorano con gli stessi obiettivi e cosa fanno? Il progetto è sostenibile nel tempo? Queste sono solo alcune delle domande che ci poniamo prima di cominciare. Una risposta sbagliata o superficiale ad una di queste ed ecco che qualcosa è destinato ad andare storto. E la storia degli aiuti internazionali è piena di esempi, come quello tipico della costruzione di infrastrutture inutilizzabili: scuole senza insegnanti o ospedali senza dottori. Certo non è così che vogliamo che vengano usate le nostre donazioni.

L’amministrazione delle risorse economiche:

Le donazioni con le quali contribuiamo alla cooperazione internazionale non vengono destinate al 100% alla causa che ci viene presentata nella campagna di marketing. Ovvero, quando ci dicono donate 5 EUR perché una famiglia possa mangiare per una settimana (cifre totalmente a caso), il costo che assumiamo deve coprire, al di là del cibo, i costi amministrativi, le risorse umane e il costo stesso della campagna di marketing. Non è una fregatura, è così che l’organizzazione in questione sopravvive e che i nostri soldi si trasformano, alla fine della catena, in cibo.  Ma c’è chi usa le donazioni in modo più efficiente di altri ed è un nostro diritto saperlo. Dando un’altra occhiata a Open Cooperazione possiamo vedere che i dati di quest’anno ci informano che circa la metà delle ONG che hanno fornito i loro dati dedica tra l’80 e il 90% di ogni donazione alla “missione” in sé, ma ce ne sono altre che non arrivano neanche all’80%.

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Diventare volontari e donatori critici è importante per noi e per la cooperazione internazionale in generale. È una mia convinzione che questo settore non abbia nulla a che fare con la beneficienza del borghese ricco che dona due monete al povero con atteggiamento paternalista, cosa che non gioverebbe né a chi dona né a chi riceve. Si tratta piuttosto di un intervento strategico coordinato con le entità locali e basato su studi preparatori, con la finalità di supplire alla carenza di servizi fondamentali per un periodo di tempo determinato, al termine del quale il progetto non lascia uno spazio vuoto, bensì un organismo in grado di funzionare in modo autonomo. Per capire meglio il mondo della cooperazione internazionale basta informarsi! Non facciamoci comprare dalla prossima campagna di Natale.

Un paio  di letture consigliate:

Uni Mondo: testata giornalistica che si occupa di sviluppo e diritti umani

Vita.it: magazine dedicato al volontariato, alla sostenibilità e al no-profit

Redattore Sociale: informazione sull’impegno sociale

Foto: COWI Belgium