Volonturismo: pericolo o opportunità?

Volonturismo: pericolo o opportunità?

Tutti ne abbiamo sentito parlare e sono sicura che ci siamo fatti opinioni molto diverse. Mi riferisco al voluntourism (volonturismo), un fenomeno relativamente recente che sta cambiando le abitudini e le regole, se vogliamo, del volontariato internazionale. Questo post, più che offrirvi risposte (che non ho), vuole essere spunto di riflessione e dibattito.

Il volonturismo è un’invenzione moderna. Come dice la parola stessa, nasce dalla fusione di “volontariato” e “turismo”, due attività che sembrano qui incontrarsi nel nome del turismo sostenibile e della cooperazione. L’idea di base è questa: una persona vuol visitare un altro paese e conoscere un’altra cultura e, per farlo in modo sostenibile, decide di partecipare a un qualche progetto di sviluppo comunitario, o sostenibilità ambientale, e fare così la sua piccola parte a sostegno di una causa in cui crede. Da questa semplice definizione diramano tutt’una serie di dinamiche sociali ed economiche che complicano alquanto la faccenda.

Il volonturista, tendenzialmente, ha meno tempo da donare del volontario, non necessariamente ha della capacità specifiche da offrire ed ha spesso una scarsa conoscenza del settore della cooperazione internazionale. Per chiarirci, un medico che fa una campagna di vaccinazione per una settimana, non è un volunturista; uno studente appena diplomato che viaggia per l’Asia Minore e fa due settimane di volontariato in Tailandia, sì. Viste le caratteristiche sopracitate (mancanza di tempo e di conoscenza del settore), il volonturista tende ad appoggiarsi ad un intermediario che, come se si trattasse di un pacchetto turistico, organizza per lui tutta l’esperienza, inclusi voli, se necessario. E questo servizio, ovviamente, costa. Chi si offre come intermediario? Generalmente agenzie di viaggio, agenzie specializzate in questo tipo di attività o scuole per imparare le lingue straniere.

Al di là delle agenzie, anche le ONG hanno capito come sfruttare questa nuova tendenza ed offrono direttamente i loro pacchetti-esperienza. Certo, avere una persona che collabora per 7 giorni invece che 3 mesi, o addirittura un anno, non è proprio la stessa cosa, così come non lo è avere un laureato di international development o uno che nella vita fa tutt’altro. Ma se il lavoro che si affida al volontario pagante è abbastanza semplice, ci vuol poco a spiegarlo e a mettere questa persona all’opera. Che poi cose definite semplici, come scavare un pozzo per l’acqua, mantener puliti gli spazi di una comunità o insegnare inglese ai bambini delle elementari lo possa fare chiunque è da vedere, ma almeno ci sono due braccia in più. E non solo. Il volonturista, attraverso l’agenzia o direttamente all’ONG, paga per l’esperienza che sta vivendo, visto che, come dicevamo, sta comprando tutt’un pacchetto con vari servizi inclusi, come vitto, alloggio e molto spesso attività ricreative e culturali, nonché lezioni della lingua locale. Il guadagno, nel migliore dei casi, alimenta il progetto umanitario o di conservazione principale, nel peggiore arricchisce l’agenzia.

Fin qui tutto bene. Dov’è che l’argomento diventa controverso? Bè quando si cominciano ad analizzare tutti questi progetti ai quali collaborano i volontari paganti, la qualità dei risultati e la loro pertinenza all’obiettivo della cooperazione. Con la voglia di raccogliere più fondi oppure anche solo per timore di rimanere senza volontari e senza aiuti, molte piccole organizzazioni si affidano a queste agenzie che procurano loro giovani volontari di limitata permanenza e limitate capacità. Vi faccio alcuni esempi. Non è poco comune che i giovani che arrivano con questi pacchetti-esperienza non parlino proprio per nulla la lingua del posto e che vengano comunque affidati loro incarichi come attività ricreative in un centro diurno per bambini. Qual è il problema? Che questi bambini potrebbero partecipare ad attività più costruttive, educative e socialmente pertinenti se l’animazione fosse gestita da una persona con esperienza, con un programma e con un minimo di permanenza di qualche mese. O, ovviamente, una persona del posto! Altro esempio, le attività manuali. Anche se può sembrarvi facile, costruire, scavare, aggiustare cose non lo è e può succedere che un gruppetto di volontari inesperti, nonostante le migliori intenzioni, facciamo più danno che altro e costringano altre persone ad intervenire per correre ai ripari. Per sorridere un po’ aggiungo anche che, visto che in fin dei conti questi volontari sono anche vacanzieri, non mi mancano aneddoti di volontari che si non rechino al lavoro causa postumi, o che vi si rechino in condizioni pessime.

Al di là di queste situazioni che possono far sorridere (o arrabbiare), il volonturismo presenta serissimi rischi per la cooperazione internazionale. Primo fra tutti, la tendenza a lavorare senza avere obiettivi a lungo termine e con l’intenzione solamente di sfruttare l’afflusso di volontari paganti. Del tipo “Anche se non ci sono le risorse per mantenere questa scuola a lungo termine e per pagare i suoi insegnanti, la facciamo costruire lo stesso perché i volontari che parteciperanno alla costruzione frutteranno un sacco di soldi”. Secondo, ci sono lavori che sarebbe meglio affidare ai locali, per assicurare la partecipazione della comunità e darle autorità sul progetto, per favorire l’occupazione e far girare l’economia, nonché garantire una riuscita migliore vista l’esperienza che apportano. Terzo, la strumentalizzazione di certi progetti di accoglienza, che “usano” la presenza dei bambini come un mezzo per attirare l’attenzione dei volontari paganti, senza mettere in atto nessuna strategia di terapia o sviluppo della quale i piccoli avrebbero bisogno,  ma che richiederebbe tutto un altro tipo di risorse umane. E via dicendo.

Per ulteriori e più approfondite letture, ho scelto per voi un articolo del New York Times Magazine del 2016, che con molta delicatezza si dichiara piuttosto chiaramente contro il volonturismo.

Dopo  aver seminato rabbia e terrore con queste considerazioni, vorrei spezzare una lancia a favore del volonturismo, quello fatto meglio. Conosco un’organizzazione non-profit che offre questo tipo di pacchetti-esperienza per lavorare in Perù e in Tailandia. Grazie ai guadagni offerti dai volontari paganti, riescono a gestire vari progetti molto validi a sostegno delle comunità locali. Gli elementi che differenziano questo progetto da altri meno riusciti sono: pianificazione a lungo termine, combinazione equilibrata di forza lavoro professionista e volontari paganti e reinvestimento del 100% dei guadagni nello sviluppo di questi progetti umanitari, senza che nessuna agenzia si arricchisca alle spalle della cooperazione.

Voi cosa ne pensate?  Il volonturismo sta distruggendo la credibilità della cooperazione internazionale o ci offre un’opportunità della quale dobbiamo saper approfittare per portare avanti il nostro lavoro?

Pericolo o opportunità?

Come finanziare il vostro periodo di volontariato all’estero senza aiuti

Come finanziare il vostro periodo di volontariato all’estero senza aiuti

Quando si parla di volontariato internazionale, c’è una domanda che mi è stata rivolta moltissime volte in contesti molto diversi: ma come ci si sostenta economicamente per 4,5 o 6 mesi in un paese straniero senza un reddito, un rimborso spese, e nemmeno un posto dove stare gratis? La domanda è legittima e la risposta non è semplice.

Come abbiamo già discusso molte volte in questo blog, il volontariato internazionale esercita un fascino speciale su tutti quelli che nutrono una passione per la cooperazione, il lavoro sociale o il viaggio (sostenibile ovviamente). Molti sono coloro che desiderano partire, molti meno quelli che alla fine lo fanno, e la ragione, molto spesso, è economica. Nell’ambito del mio lavoro ho addirittura fatto il colloquio a candidati molto promettenti per i nostri stage (non retribuiti) in Perù, offerto loro la posizione, per poi sentirmi dire che ci hanno pensato bene, ma non possono affrontare il rischio di 3 o 6 mesi senza uno stipendio all’estero. Il problema della mancanza di risorse, quindi, è di duplice natura giacché affligge tanto il potenziale volontario che perde un’opportunità, quanto la stessa ONG che perde profili promettenti per non poter offrire una retribuzione.

Non so voi, ma a me è sempre sorta spontanea una domanda: sarà vero che le ONG non possono retribuire non solo i volontari poco qualificati, ma neanche i loro stagisti, che si sono magari appena fatti un master e che alla fine sono coloro che si accollano responsabilità concrete e sgobbano tanto quanto gli altri per mandare avanti il progetto? La risposta, nel bene e nel male, è tendenzialmente affermativa. Le ONG di piccole e medie dimensioni non possono veramente pagare più persone di quelle che già pagano, nonostante ne abbiano assoluto bisogno. Ed è qui che entra in gioco lo stagista-qualificato-volontario, o i volontari in generale. L’esperienza, come già ho affermato diverse volte, ne vale comunque la pena, ma rimane il fatto che con tutta la buona volontà del mondo una persona non possa, in molti casi, permettersi il lusso di prendere e partire, accollandosi tutte le spese del caso, che non sono poche (volo intercontinentale, assicurazione, affitto) e non ricevere neanche un piccolo rimborso.

Per coloro che hanno l’età ed il passaporto giusto, rimando a programmi quali lo SVE, il Servizio Civile, il Humanitarian Aid and Civil Protection, ed i Corpi Civili di Pace, tutti descritti nel mio articolo di Ottobre “Questa nuova tendenza del volontariato all’estero”. Già che ci siete vi invito anche a dare un’occhiata ai miei suggerimenti su piccole borse internazionali da (in media) $500 che chiunque si può aggiudicare. Colgo l’occasione per ringraziare coloro che mi hanno suggerito di aggiungere i Corpi Civili di Pace al mio precedente articolo, il quale, altrimenti, sarebbe rimasto incompleto e vi ricordo che il bando di quest’anno scade il 10 febbraio!

Quali sono invece le opportunità per coloro che hanno già compiuti i fatidici 28 anni, per coloro che non vengono presi, o che semplicemente non vogliono conformarsi alle limitazioni del programma quali date, destinazione o posizioni offerte? Bisogna dare spazio alla creatività! Per aiutarvi, in questo articolo vi presento quattro profili di volontari che senza schemi e senza reddito riescono a mantenersi durante la durata del programma all’estero (senza chiedere a mamma e papà).

Il risparmiatore:

Questo volontario o stagista conta sui suoi risparmi. È una persona che ha lavorato qualche anno,  messo su un gruzzoletto e deciso di investirlo tutto (o quasi) in un’esperienza che gli/le cambierà la vita! Visto che questa è un po’ la mia  categoria, vi racconto a grandi linee la mia storia. Stavo lavorando per una charity di Londra da più o meno un anno e mezzo, quando ho deciso di partire. Nonostante il costo della vita altissimo di questa città, ero riuscita a mettere da parte qualcosa, quindi ho cominciato a mandare domande a progetti internazionali che richiedessero uno stagista qualificato volontario, sono stata presa e sono partita, riuscendo a mantenermi per 6 mesi a Cusco, Perù. Il vero problema del risparmiatore è prendere la decisione di lasciare il lavoro, quello dipende da voi. A meno che non siate così fortunati da poter richiedere un’aspettativa di 2 o 3 mesi spiegando al capo che andrete a fare volontariato. Vi assicuro che è possibile e succede.

Il crowdfunder:

I social media sono il suo regno e la comunicazione la sua specialità! Il crowdfunder si avvale generalmente di una piattaforma online (per il crowfunding, ovviamente). Ecco quelle che conosco:

Go Fund Me– sezione volunteer and give back.

You Caring– sezione volunteer and social service

Fund Razr– sezione community and volunteer

Just Giving– sezione international volunteering

Vi rimando poi ad un utile link per trovare altri esempi. Una volta creata la campagna su uno di questi siti, il crowdfunder lancia un messaggio nel web attraverso social media, blog o quant’altro: se ognuno aiuta con un piccolo contributo, lui o lei potrà partire e partecipare ad un incredibile programma di volontariato. Naturalmente, spiega molto bene cosa fa l’ONG e chi sono le persone che si cerca di aiutare e perché. Il suo obiettivo è che i suoi contatti sentano che aiutandolo/la a partire potranno contribuire alla causa dell’ONG. Come avrete capito, si tratta di una vera campagna di marketing, un progetto impegnativo, ma paga. Anche se in Italia il concetto di crowdfunding non è ancora molto popolare, in altri paesi questo sistema aiuta moltissimi a partire. E se avete successo, la campagna di crowdfunding stessa è una cosa che potete mettere sul vostro CV.

Il doppio-turnista:

Si accolla le spese del viaggio, ma non sborsa neanche un euro per l’affitto. Usando piattaforme come Work Away o semplicemente mettendosi in contatto con ostelli e bed&breakfast offre qualche ora di lavoro al giorno in cambio di alloggio. La vita del doppio-turnista può essere dura! Dedicarsi a due lavori allo stesso tempo non è da tutti, ma è possibile, soprattutto se il programma di volontariato non è intensissimo. Normalmente, la giornata del doppio-turnista comincia con il progetto di volontariato sociale, ma, invece di concludersi all’ora di pranzo o alle 5-6 del pomeriggio, continua con un turno di reception o un giro di email in inglese alle quali il padrone dell’ostello non sa rispondere bene.

Lo scrittore:

Ama raccontare dei suoi viaggi e scrive benissimo! Lo scrittore ha il potere di convertire la sua passione in una fonte di guadagno. Ci sono quelli che scrivono un blog così popolare che comincia a dar loro un guadagno. Altri, invece, scrivono e vendono singoli articoli a blog di viaggio quali Rough Guides, Lonely Planet, o altri. Per esperienza, conosco solo persone che scrivano in inglese e se la cavino, ma se trovaste una rivista italiana che vi paghi come corrispondente da un altro paese, non sarebbe fantastico? Per mettervi sulla buona strada, condivido il link di un’amica blogger che paga i suoi viaggi ed i suoi periodi di volontariato scrivendo.

Il lavoratore in remoto:

Web-designer, consulenti, programmatori, o qualsiasi altro lavoro che si possa fare con un computer e internet. Il lavoratore in remoto ha la fortuna di poter partire senza abbandonare completamente i suoi progetti professionali. Avete mai pensato di prendervi una semi-vacanza, dedicare il vostro tempo a una nobile causa, senza nel frattempo tralasciare totalmente le vostre occupazioni? Molti hanno già deciso di partire e si sono dedicati a progetti sociali senza per questo rinunciare totalmente ai loro guadagni.

Grazie ai contributi dei lettori, abbiamo il piacere di presentare anche:

Il commerciante:

Crede nel fair-trade ed ha i contatti giusti. Il commerciante  compra dai produttori locali per poi vendere in Italia con un piccolo guadagno, che lo aiuta a mantenersi. Lo scoglio più grande è quello del trasporto. Dipendendo dal prodotto, potrà metterlo comodamente in valigia (come suggerisce Marco) oppure appoggiarsi ad una ditta di spedizioni raccomandata da qualche ONG o associazione locale (come raccomanda Claudia). Ad ogni modo, bisogna ricordarsi che non tutti i prodotti possono essere legalmente trasportati quindi informatevi bene! (Grazie a tutti!)

L’insegnante:

Ha tanta pazienza e gli/le piace insegnare! Questo volontario insegna la sua lingua (o un’altra lingua che conosce) nel luogo dove lavora. Le lezioni private sono ben remunerate e, in moltissimi paesi, sarà facile trovare una famiglia, una ditta o una persona che voglia imparare e paghi per farlo. Certo, come il doppio-turnista, bisogna essere capaci di gestire bene gli impegni, ma alla fine ne sarà valsa la pena. (Grazie a Claudia per la collaborazione!)

Il tour operator:

È spigliato e ci sa fare con la gente. Il tour operator offre i suoi servizi ad agenzie turistiche locali prestandosi come interprete o “mediatore culturale” responsabile dell’accoglienza dei turisti. Saprete bene che in alcuni paesi questo settore non è molto sviluppato e il contributo di una persona che capisca la sensibilità culturale dei turisti farà la differenza. Certe lingue, poi, possono rivelarsi utilissime: quand’ero a Cusco c’era un bisogno costante di guide turistiche che parlassero tedesco! Ovviamente, il tempo è nuovamente un fattore avverso e ci sará bisogno di trovare un equilibrio tra l’attività di volontariato e la collaborazione con l’agenzia. (Grazie ancora a Claudia!)

Appartenete a qualcuna di queste categorie? O forse ad un’altra? Fatemi sapere qual è la vostra soluzione creativa al problema della mancanza di risorse per il volontario all’estero in modo da completare l’articolo e renderlo più utile per tutti!