Smontiamo le 7 tipiche scuse di chi non si è ancora deciso a partire

Smontiamo le 7 tipiche scuse di chi non si è ancora deciso a partire

Lasciare casa tua per passare un periodo di tempo all’estero, magari da solo, in un contesto che non conosci può fare paura. E così moltissime persone annunciano per anni l’intenzione di partire per un programma di volontariato all’estero e alla fine non partono mai. Questo post “smonta” le scuse più comuni che ci vengono presentate da chi ha bisogno di una spinta per decidersi a vivere questa fantastica avventura.

“Non ho i soldi”

Non necessariamente c’è bisogno di molti soldi per vivere un’esperienza di volontariato all’estero.  Certo, alcune possono  risultare molto costose, ma non dimentichiamo che esistono i programmi sovvenzionati dall’Unione Europea e dal governo italiano, come lo SVE (Servizio Volontario Europeo) e lo SCN (Servizio Civile Nazionale). Questi programmi coprono tutti i costi maggiori (come viaggio, vitto e alloggio) permettendo anche a chi ha poche possibilità economiche di accedere al mondo della cooperazione.

Per i budget intermedi, si possono anche valutare esperienze a livello europeo o nel nord Africa, che per la vicinanza presuppongono solitamente costi più contenuti.

“Sono troppo vecchio/ troppo giovane”

Il volontariato all’estero non ha età! Anche se sono soprattutto i millenials che approfittano di questa fantastica opportunità, non c’è motivo per cui un minorenne o un pensionato non possano partire. Alcune opportunità sono aperte alle famiglie, altre ai minori di 18 anni, ed infine molte sono le organizzazioni felici di accogliere una persona con anni di esperienza. In nessun caso, l’età è una buona scusa per rimanere a casa!

“Il mio profilo non è richiesto”

Dopo aver esplorato una gran varietà di opportunità di volontariato all’estero, posso dire con assoluta certezza che non esiste al mondo un profilo che non possa essere d’aiuto ad un qualche progetto di cooperazione. Sai cucire? Sai coltivare la terra? Sai raccontare storie? Sai costruire? Oppure sei un nutrizionista, una commerciante, un amministrativo? Le tue capacità possono essere di grande aiuto, devi solo trovare il progetto che fa per te.

“Non ho tempo”

Questa, forse, è l’unica scusa che regge, almeno un po’. Ma quando approfondiamo le nostre ricerche ci rendiamo conto che ci sono progetti di volontariato che richiedono impegni brevissimi, di sole 2 settimane! Davvero non puoi trovare due settimane per vivere un’esperienza unica e indimenticabile?

“Non so l’inglese”

Non sapere l’inglese non è necessariamente un problema. Ci sono tanti paesi dove puoi usare la tua conoscenza di altre lingue, come il francese, lo spagnolo o il portoghese.  Ma anche se parli solo italiano potrai comunque essere di grande aiuto affiancando squadre di cooperanti italiani in tutte le mansioni logistiche/ organizzative, o aiutato da un traduttore.

“I paesi dove si fa volontariato sono pericolosi”

Questa generalizzazione non è corretta. Solitamente, le ONG non reclutano volontari internazionali per metterli poi in situazioni di instabilità o pericolo per le quali non sono preparati. Ma anche se fosse, basta consultare il sito della Farnesina per renderci conto che, anche secondo il nostro Ministero degli Esteri, la maggior parte dei paesi dove vengono offerte opportunità di volontariato è assolutamente sicura, sotto tutti i punti di vista.

Se poi fossi preoccupato per le malattie, ricorda che puoi (e devi) fare tutte le vaccinazioni del caso prima di partire. Sia l’ONG che la Farnesina potranno consigliarti.

“Non saprei con che organizzazione partire”

Certo, è  un po’ difficile trovare l’organizzazione o il programma che fa per te, considerando che le opzioni a disposizione sono così tante. Ma è proprio qui che entrano in gioco associazioni come Ayni Cooperazione, il portale delle opportunità di volontariato nel mondo della cooperazione. Con la mappa interattiva ed i filtri potrai restringere il campo delle possibilità fino a trovare un’esperienza che si adatta alle tue esigenze. E se ciò non fosse abbastanza, il team di Ayni è sempre felice di assisterti nella ricerca, mettendo a tua disposizione la sua profonda conoscenza dei progetti proposti.

L’ABC della realizzazione di un progetto (sociale): la mia storia

L’ABC della realizzazione di un progetto (sociale): la mia storia

Dopo mesi di silenzio, torno a pubblicare sulla Traccia Nomade, blog personale di riflessione su ONG, cooperazione internazionale e volontariato. Avevo anticipato che questo silenzio era dovuto alla realizzazione di un progetto al quale tenevo moltissimo,  ed è arrivato il momento di condividerlo!

Si tratta della fondazione di una nuova associazione, nata in Italia ad agosto per dare una mano sia a coloro che desiderano mettersi in gioco e partire come volontari all’estero che alle associazioni che hanno bisogno di collaboratori.

Con questo post desidero condividere con voi il percorso che ho dovuto affrontare, dall’idea originale alla costituzione dell’associazione di promozione sociale, passando per gli ostacoli economici e legali, gli errori ed i sogni per il futuro. Non si sa mai che tra di voi ci sia qualcuno con un’idea brillante che aspetta solo di venire alla luce!

  • Preambolo: quella scintilla che trasforma le idee in progetti

Ormai sarà passato più di un anno da quando ho detto per la prima volta: mi piacerebbe fare qualcosa per diffondere il volontariato internazionale in Italia. Del resto, anche l’idea stessa della Traccia Nomade è nata un po’ dalla speranza di poter far conoscere luci ed ombre del mondo della cooperazione internazionale e di fomentare il dibattito su temi di grande importanza per il settore, come gli amici di Xlestrade hanno raccontato in questo articolo.

Ma La Traccia Nomade non poteva soddisfare le necessità di color che poi mi scrivevano in privato per chiedermi raccomandazioni specifiche su dove fare volontariato. Né poteva rompere le barriere per arrivare a coloro che non hanno mai pensato che fare volontariato all’estero potrebbe essere una delle esperienze più emozionanti e significative della loro vita.

L’obiettivo era ambizioso: la diffusione su grande scale del volontariato internazionale in Italia! Ma tra il dire e il fare… Sono rimaste tutte parole, fino a che non sono arrivate all’orecchio del secondo co-fondatore di questa nuova associazione che ha semplicemente detto: “Perché non lo facciamo?”

Ed è così che io, con il mio bagaglio di progetti sociali internazionali e vita non-profit, mi sono alleata con Ivan, imprenditore con una forte vocazione per l’impresa sociale, per dar vita ad Ayni Cooperazione.

  • Mai e poi mai lanciarti in una nuova avventura senza un piano (ad anche un piano B)

I primi giorni ero un vulcano di idee. Ne tiravo fuori una dietro l’altra, dimenticandone qualcuna per strada ed arrivando a pericolosi livelli di utopia. Ero emozionatissima! Ma le prime riunioni con Ivan, ci hanno aiutato recuperare il controllo della situazione e a canalizzare tutto il nostro entusiasmo per raggiungere obiettivi concreti.

Avere un piano è essenziale per dar vita ai propri progetti. Tutti noi abbiamo esperienza di “pianificazione”: una festa di compleanno in grande, un viaggio, l’arredamento di una nuova casa. Ma quando il puzzle si fa più complicato, è meglio ricorrere all’uso di utili strumenti che ti aiutano a mettere le idee al posto giusto.

Per la  pianificazione di Ayni,  si sono rivelati particolarmente utili:

  • L’analisi PEST: per capire quali fattori avrebbero influenzato Ayni dall’esterno (PEST sta per Politica, Economica, Sociale, Tecnologica)
  • Analisi della “concorrenza”: termine forse non adatto al mondo delle non-profit, ma comunque un passo necessario per conoscere a fondo l’ “ambiente”
  • La matrice SWOT: per analizzare i tuoi punti di forza (Strengths), le tue debolezze (Weaknesses), le opportunità (Opportunities) e le minacce (Threats)
  • Business Model Canvas: uno strumento fantastico per mettere nero su bianco l’essenza del tuo progetto
  • Brand Essence Building: per definire l’identità di Ayni e ciò che vuole trasmettere.
  • Tasks management: noi abbiamo usato un semplice foglio Excel per visualizzare tutte le mansioni necessarie, distribuite nel tempo ed affidate ad uno dei collaboratori. Uno strumento vitale.

 

  • Limitazioni, risorse ed errori

Anche se non abbiamo ancora concluso il nostro percorso iniziale,  abbiamo già fatto abbastanza strada per guardarci indietro e cominciare ad imparare dai nostri errori. Credo che i più importanti siano stati soprattutto il sopravvalutare le nostre limitate risorse.

  • Tempo: ho un lavoro full-time che fino a poco tempo fa esigeva uno spostamento giornaliero di circa 2 ore e mezza (andate e ritorno). All’inizio ho cercato di usare tutti i miei momenti liberi per svolgere le attività necessarie allo sviluppo di Ayni (sere, fine settimana, nonché spostamenti in treno). Non ha funzionato, e invece di avanzare più rapidamente, sono arrivata ad un momento di stallo dovuto, probabilmente, all’esaurimento delle mie forze!
    • Conclusioni: sii realista e pianifica il tuo progetto nel tempo senza esaurire le tue risorse prima del suo completamento

 

  • Risorse economiche: sfortunatamente Ayni non ha potuto contare su fondi che si possano chiamare tali. Questo vuol dire che non potevamo contare su nient’altro che i nostri risparmi. Ad un certo punto, presa dalla voglia di fare le cose perfette, ho perso varie settimane per trovare un designer che ci facesse la pagina web su WordPress, per poi giungere alla conclusione che i soldi (non pochi) che volevo spendere per realizzare il sito perfetto, sarebbero stati meglio investiti in altre cose, tra le quali le spese legali di registrazione(che ovviamente non avevo considerato).
    • Conclusioni: pianifica bene i costi del tuo progetto ed individua quelle spese che sono assolutamente necessarie per l’esistenza stessa della tua associazione.

 

  • Know-how: anche se io e Ivan formiamo una grande squadra, apportando conoscenze e prospettive molto diverse tra loro al progetto, non possiamo fare tutto da soli. E questo è risultato evidente varie volte, ma soprattutto al momento di procedere con la registrazione dell’associazione presso gli uffici competenti. È vero che oggi giorno si trova tutto su internet, ma si trova anche il contrario di tutto, e alla fine uno non sa più a chi credere. Ci siamo quindi dovuti rivolgere ad un esperto e devo dire che il processo burocratico è andato benissimo e senza intoppi (se ti potesse interessare, si tratta dell’associazione PAIR di Roma).
    • Conclusioni: riconosci i tuoi limiti e chiedi aiuto quando è necessario (ricorda che questo può comportare costi aggiuntivi!). Cerca, inoltre, di circondarti di amici e collaboratori che ti possano aiutare, ne avrai bisogno!

 

  • La registrazione di Ayni: ovvero tanta burocrazia e una squadra formidabile

La registrazione di un’associazione presso gli uffici competenti, ovvero l’Agenzia delle Entrate, è un processo un po’ gravoso, ma offre anche utili spunti per cominciare a pensare alla struttura interna della tua novella non-profit.

Per noi ha significato riunirci con tutti a sostenitori di Ayni (oggi soci fondatori e membri a tutti gli effetti) per redigere e firmare due documenti importantissimi: l’Atto costitutivo e lo Statuto dell’associazione. Senza questi, Ayni non esisterebbe all’interno del mondo delle associazioni italiane. Vi rimando alla sopracitata associazione PAIR per saperne di più.

Vi lascio solamente alcune raccomandazioni:

  • Non prendete il processo sotto gamba perché presenta delle complicazioni
  • Informatevi bene sui tipi di associazioni che esistono in Italia e quali doveri comparta la costituzione dell’uno o dell’altro
  • Considerate i costi di registrazione
  • Non pensate che otterrete informazioni precise all’Agenzia delle Entrate. Dovete arrivare lì con le idee chiarissime per non commettere errori

 

  • Networking, marketing e il resto

Work in progress! Potrete seguire gli sviluppi su Twitter, LinkedIn e Facebook! Vi aspettiamo!

 

Qualcuno di voi ha vissuto un’esperienza simile? Quali sono le gioie e i dolori relazionati con la realizzazione di un progetto sociale, sia questi un’associazione o un altro tipo di entità?

Cosa devo studiare per lavorare nel campo della cooperazione internazionale?

Cosa devo studiare per lavorare nel campo della cooperazione internazionale?

Sempre più persone, giovani all’inizio della loro carriera o meno giovani che desiderano un cambio, si pongono domande molto simili a questa. Se anche l’avete fatto, saprete già che non esiste una risposta univoca. La cooperazione internazionale è un settore vastissimo che ha bisogno di figure professionali molto diverse tra loro per funzionare. Ci sono però delle tendenze generali, analizzate da agenzie autorevoli come Devex,  che possono aiutarci ad avere un quadro della situazione e prendere una decisione riguardo alla nostra formazione. Consiglio però di fare prima un paio di reflessioni, presentate in Premessa n^ 1 e 2.

Premessa n^1

Se vi è capitato di porre la domanda ad un amico o conoscente che lavora nel settore della cooperazione, sicuramente vi sarete sentiti dire che l’esperienza conta più di una laurea. Esperienze di volontariato, all’estero o nel proprio paese, stage con organizzazioni che vi appassionano, esperienze di vita nell’area del mondo dove vi piacerebbe lavorare: tutte queste sono strategie infallibili per migliorare il vostro CV e renderlo più competitivo. Nonostante questo, però, l’esperienza non è tutto. Se date un’occhiata ad articoli e blog pubblicati da -o su- importanti ONG internazionali ed i loro sistemi di recruitment, noterete che, soprattutto per quanto riguarda gli entry level, la laurea che avete gioca un ruolo importante nel loro processo di selezione. Indica infatti il vostro livello di comprensione e passione per il settore, laddove l’esperienza che avete non è ancora abbastanza significativa per essere di per sé una garanzia delle vostre capacità e della vostra, diciamo, cultura settoriale.

Analizzando anche la mia esperienza personale, posso confermare che sia le mie esperienze di volontariato e stage (tanto locali come internazionali, e le transferable skills che ne derivano) che il mio master in un campo, come si suol dire, “rilevante” hanno giocato un ruolo importate nella mia carriera fino ad ora. Spero che questi elementi vi facciano riflettere sui vostri percorsi. Non lasciate fuori dal curriculum elementi importanti quali 1 mese di volontariato estivo in un campo, anche in giovane età, o 3 mesi vissuti in un altro paese, ma al tempo stesso non trascurate l’idea di farvi un master perché le vostre chance per trovare lavoro nella cooperazione aumenteranno sicuramente.

Premessa n^2

Quest’ultima riflessione mi porta alla seguente. Cosa sono i Master “rilevanti” alla cooperazione internazionale? Solitamente, uno si riferisce a tutti quei corsi impartiti su sviluppo internazionale, relazioni internazionali, global affairs, risoluzione di conflitti, emergenze umanitarie, global youth development, global human development, etc. Studiate uno di questi, ed avrete, o dovreste avere, una visione globale in relazione a temi macroeconomici, sociali ed equilibrio di forze politiche. In più, dovreste poter sviluppare abilità tecniche a seconda dell’approccio specifico del corso. Attenzione, che più il corso è generale, meno saranno le abilità tecniche apprese. Ho spesso confrontato il mio MA in Relazioni Internazionali (che comunque mi ha portato ad ottenere un lavoro nella cooperazione internazionale) con MA in Sviluppo Internazionale o Global Youth Development e simili, e mi sono resa conto di quanta più teoria io abbia studiato, a scapito di corsi più tecnici di altri master, come ad esempio come scrivere un proposal, o come pianificare tutto in progetto, secondo la logica del project cycle.

Molto sottovalutati, a svantaggio di queste lauree “rilevanti”, sono le laure settoriali e specifiche: ingegneria, medicina, risorse umane, contabilità, data analysis, programmazione e tantissimi altri, che sono fondamentali nella cooperazione internazionale così come in altri settori. Per esempio, al momento di installare vari pannelli solari per favorire lo sviluppo e la sostenibilità di dormitori e case di accoglienza, io ed i miei compagni delle scienze sociali abbiamo dovuto ammettere i nostri limiti e rivolgerci ad un ingegnere specializzato in energie rinnovabili per la supervisione dei lavori. La stessa cosa succede con i conti dell’organizzazione, che preferibilmente sono fatti da un contabile, e via dicendo.

Ed indovinate un po’? La top 3 delle figure professionali più richieste nel settore, secondo Devex (2016), è questa:

  1. M&E (Monitoring & Evaluation)
  2. Medicina e salute
  3. Energia, ambiente, risorse

Le lauree “rilevanti” non vi preparano esaustivamente per questo. Troviamo project management solo al 4^ posto, seguito da esperti in diritti umani internazionali e governance al 5^. Un dato che fa riflettere.

I corsi universitari più richiesti nel settore della cooperazione

Finite le premesse, veniamo al dunque, quali sono le lauree più richieste nel settore dello sviluppo internazionale? Non sono la persona giusta per inventare una top 5 di questo genere, quindi vi presento i risultati dell’analisi di Devex del 2016. Considerate le premesse e non prendeteli per dei comandamenti da seguire.

  1. Master in sviluppo internazionale
  2. Master in business administration (MBA)*
  3. Lauree in economia, econometria e statistica
  4. Master in sanità pubblica
  5. Lauree in agronomia, nutrizione e scienze alimentari

Sopresi? Indifferenti? Sconvolti? Ricordate le premesse: la laurea non è tutto! Anche se aiuta.

*Interessante il posizionamento dell’MBA! Potrebbe avere a che fare con Ecco perché le ONG diventano imprese sociali?

Per concludere, una riflessione. Quando mi dedico all’analisi dei percorsi professionali di coloro che intraprendono una carriera nello sviluppo internazionale, sempre mi chiedo: ma non è ingiusto richiedere 1-2 anni di esperienza (minimo) sul campo come volontari o stagisti? Ricordate che questi sono ruoli generalmente non retribuiti! E in più il master (caro)! Non vi sembra che ci sia un velo di discriminazione nel processo di selezione per un settore che lotta contro le discriminazioni? Qualcuno ha avuto la stessa sensazione? O è giustificabile vista la necessità di selezionare solo le persone meglio preparate? Magari questo è argomento per un prossimo post.

L’analisi di Devex la puoi trovare qui.

Ecco perché le ONG diventano imprese sociali

Ecco perché le ONG diventano imprese sociali

È da qualche anno che si respira un’aria di cambiamento nel settore del non-profit. Già nel 2014 Devex, la piattaforma digitale leader nel mondo nella cooperazione, diceva: “Il settore della cooperazione internazionale e umanitaria sta attraversando un periodo di profondi cambiamenti e le organizzazioni si devono modernizzare, o adattare il loro modo di lavorare”. Cosa sta succedendo nel mondo della cooperazione a livello globale? Come rispondono le organizzazioni?

Quello che più preoccupa il mondo del non-profit, che sia o meno cooperazione internazionale, è la crescente difficoltà nell’ottenere i fondi necessari per portare avanti le proprie attività. Tristemente, si registra che  svariate organizzazioni di piccole o medie dimensioni devono rinunciare al raggiungimento dei loro obiettivi e chiudere i battenti. Le regioni di questa difficoltà economica sono da ricercare in diversi fattori. Da una parte, negli ultimi decenni le organizzazioni si sono abituate a sopravvivere grazie a due o tre donatori principali, generalmente entità del governo, i quali tendono ora a dare tagli agli aiuti o aumentare i requisiti di selezione, mentre la competizione tra ONG si fa più dura. Dall’altra, i donatori individuali, le persone comuni che vogliono contribuire economicamente al successo di una causa sociale, si sentono saturati di pubblicità, marketing, dialogatori per la strada e non si fidano più di nessuno.

Si parla di cambio, dunque, per far fronte alla crescente mancanza di fondi. Ci sono però diverse teorie su quello che questo cambio dovrebbe comportare. Tra i più conservatori troviamo posizioni che sostengono la necessità di un cambio di atteggiamento senza cambiare il modello economico. Suggeriscono una diversa strategia di fundraising ed una nuova relazione con i donatori e con il pubblico in generale, basata su di una diversa visione dell’organizzazione stessa e della sua funzione di ponte tra coloro che hanno a cuore il bene sociale e coloro che, in quel frangente, hanno bisogno del servizio offerto dall’ONG.

Ci sono però moltissimi che sostengono una posizione più innovativa, che negli ultimissimi anni si sta imponendo, soprattutto nel mondo delle piccole e medie ONG.  Suggeriscono di cambiare radicalmente il modello, da organizzazioni dipendenti dagli aiuti esterni ad organizzazioni sostenibili. Ovvero, imprese sociali. Secondo l’elementare definizione di funds for  NGOs (il concetto non è ancora chiarissimo e ci sono un sacco di definizioni complicate che confondono le idee) un’impresa di questo tipo è: “semplicemente un’organizzazione che fa affari per sostenere una causa sociale. Questo significa che i profitti vengono reinvestiti nell’organizzazione o nella missione”. E aggiunge che la differenza principale tra una ONG e un’impresa sociale è che la prima si avvale di donazioni esterne, mentre la seconda si mantiene vendendo prodotti o servizi ai clienti.

Il vero vantaggio che comporta questo questo nuovo modello è l’indipendenza economica. Se gli affari vanno bene, non importa quali siano i cambiamenti politici o le difficoltà economiche in cui versa la comunità dei donatori, il progetto continuerà senza intoppi. Ovviamente, tra il puro modello dell’ONG tradizionale e la pura impresa sociale, che rifiuta le donazioni, ci sono una serie infinita di sfumature e combinazioni. Molte ONG hanno piccole imprese sociali che forniscono fondi ad alcuni dei loro progetti, altre offrono servizi e prodotti a livello mondiale, ma comunque ricevono anche dei fondi.

Il modello dell’impresa sociale è ben visto dagli stessi donatori, che sempre più danno importanza al fatto di non essere l’unico ingresso di un progetto e rispondono in modo positivo alle piccole, e meno piccole, idee imprenditoriali che diminuiscono la dipendenza e assicurano continuità. Ovviamente, un cambiamento così radicale all’interno di un’organizzazione non è una cosa da prendere alla leggera. Ci sono moltissimi fattori da considerare tra cui l’investimento necessario per favorire il cambiamento, variazioni all’interno dello staff, la necessità di affidarsi a consultori esterni per avere una visione più oggettiva di ciò che bisogna fare. Il fattore più importante, sempre e comunque, è il cambio di paradigma mentale: si passa dalla ridistribuzione di una parte della ricchezza di certe comunità, individui o paesi a zone in emergenza umanitaria e sociale, alla generazione indipendente di tali fondi, grazie allo sfruttamento delle proprio risorse e delle leggi del mercato. Generare profitti non va necessariamente contro lo spirito di una ONG, questo è il messaggio che è stato lanciato.

Sembra che il futuro ci riservi sempre più ibridi che funzionano sia grazie alle donazioni che ad ingressi indipendentemente generati. Rimane da vedere come questo cambio verrà gestito e come le legislazioni nazionali si adatteranno a questo nuovo paradigma.

Avete sperimentato questa transizione? Avete lanciato un’impresa sociale? Sarei felice di raccogliere le vostre opinioni sul processo di cambio e le sue conseguenze!

5 cose che cambiano nella vita di un volontario

5 cose che cambiano nella vita di un volontario

Davvero credo che fare volontariato cambi la vita e l’ho sostenuto molte volte sulle pagine della Traccia Nomade. Infatti, il volontariato fa bene non solo alla comunità, ma anche, ed in egual misura, alla persona che si accinge a donare il suo tempo. Come? Lasciamo che gli esperti ci dicano quali sono i 5 cambi concreti che il volontariato può portare nella vita di un giovane. Alla fine del post, probabilmente sarete perplessi quanto me: perché nel nostro paese sono ancora pochi i giovani che si dedicano al volontariato?

Un premessa:

Secondo una ricerca del Institue for Volunteering Research (Regno Unito), e molte altre, i benefici del volontariato per il giovane che vi si dedica sono molteplici e vanno dalla crescita personale all’imprenditoria:

  • Crescita personale: in particolare, si evidenza uno sviluppo di capacità quali comunicazione interpersonale, collaborazione e capacità direttive, nonché disciplina e senso di responsabilità
  • Benessere: soprattutto sentirsi partecipi di qualcosa di importante e dare un senso alla propria vita
  • Impatto sulla comunità: in particolare essere coscienti dei bisogni di una comunità e sentirsi in grado di produrre un cambiamento
  • Relazioni sociali: avere contatti con persone diverse dal solito, per età, interessi, etc.
  • Imprenditoria e creatività

Ma che effetto ha lo sviluppo di queste qualità? Cosa cambia?

Ecco 5 cambi concreti nella vita di un volontario, a breve e lungo termine:

  • Lontano dai problemi: se fai volontariato, hai meno probabilità di diventare alcolizzato o tossicodipendente, nonché mamma in giovane età. Lo dice la scienza.
  • Voti più alti! Secondo i dati raccolti, i giovani che fanno volontariato hanno voti più alti a scuola! Provare per credere.
  • Idee più chiare: i giovani affermano che attraverso il volontariato sviluppano quelle capacità che servono nel mondo del lavoro e si rendono conto della loro affinità, o meno, con certi percorsi lavorativi.
  • Più amici e più networking: i volontari conoscono un sacco di persone nuove, che non sono né della loro scuola né del loro quartiere e così facendo espandono i loro contatti sociali.
  • Adulti sensibili alle tematiche sociali: gli studi dimostrano che color che sono stati volontari in giovane età sono più propensi a fare donazioni da adulti, a continuare a fare volontariato e ad applicare valori etici alla loro vita lavorativa.
(Credito per i dati usati alla pubblicazione della Nevada University)

 

Ci sono tonnellate di dati che confermano la stessa cosa: fare volontariato fa bene, soprattutto ai giovani, ma non solo! L’Italia non è certo uno dei paesi che più si dedica a quest’attività, ma i recenti sviluppi a livello politico ed economico (mi riferisco alla riforma del terzo settore ed al ruolo che quest’ultimo assume nella ripresa economica del paese) fanno ben sperare. Quello che ancora manca è un avvicinamento tra il terzo settore e quello dell’istruzione per far sì che i giovani comincino ad affacciarsi su questo mondo e tutte le opportunità che offre.

Credete anche voi che fare volontariato abbia effetti positivi nella vita di una persona? Come fare affinché più giovani vi si dedichino? Credete anche voi che il terzo settore e le opportunità per i volontari siano in considerevole espansione?

Volonturismo: pericolo o opportunità?

Volonturismo: pericolo o opportunità?

Tutti ne abbiamo sentito parlare e sono sicura che ci siamo fatti opinioni molto diverse. Mi riferisco al voluntourism (volonturismo), un fenomeno relativamente recente che sta cambiando le abitudini e le regole, se vogliamo, del volontariato internazionale. Questo post, più che offrirvi risposte (che non ho), vuole essere spunto di riflessione e dibattito.

Il volonturismo è un’invenzione moderna. Come dice la parola stessa, nasce dalla fusione di “volontariato” e “turismo”, due attività che sembrano qui incontrarsi nel nome del turismo sostenibile e della cooperazione. L’idea di base è questa: una persona vuol visitare un altro paese e conoscere un’altra cultura e, per farlo in modo sostenibile, decide di partecipare a un qualche progetto di sviluppo comunitario, o sostenibilità ambientale, e fare così la sua piccola parte a sostegno di una causa in cui crede. Da questa semplice definizione diramano tutt’una serie di dinamiche sociali ed economiche che complicano alquanto la faccenda.

Il volonturista, tendenzialmente, ha meno tempo da donare del volontario, non necessariamente ha della capacità specifiche da offrire ed ha spesso una scarsa conoscenza del settore della cooperazione internazionale. Per chiarirci, un medico che fa una campagna di vaccinazione per una settimana, non è un volunturista; uno studente appena diplomato che viaggia per l’Asia Minore e fa due settimane di volontariato in Tailandia, sì. Viste le caratteristiche sopracitate (mancanza di tempo e di conoscenza del settore), il volonturista tende ad appoggiarsi ad un intermediario che, come se si trattasse di un pacchetto turistico, organizza per lui tutta l’esperienza, inclusi voli, se necessario. E questo servizio, ovviamente, costa. Chi si offre come intermediario? Generalmente agenzie di viaggio, agenzie specializzate in questo tipo di attività o scuole per imparare le lingue straniere.

Al di là delle agenzie, anche le ONG hanno capito come sfruttare questa nuova tendenza ed offrono direttamente i loro pacchetti-esperienza. Certo, avere una persona che collabora per 7 giorni invece che 3 mesi, o addirittura un anno, non è proprio la stessa cosa, così come non lo è avere un laureato di international development o uno che nella vita fa tutt’altro. Ma se il lavoro che si affida al volontario pagante è abbastanza semplice, ci vuol poco a spiegarlo e a mettere questa persona all’opera. Che poi cose definite semplici, come scavare un pozzo per l’acqua, mantener puliti gli spazi di una comunità o insegnare inglese ai bambini delle elementari lo possa fare chiunque è da vedere, ma almeno ci sono due braccia in più. E non solo. Il volonturista, attraverso l’agenzia o direttamente all’ONG, paga per l’esperienza che sta vivendo, visto che, come dicevamo, sta comprando tutt’un pacchetto con vari servizi inclusi, come vitto, alloggio e molto spesso attività ricreative e culturali, nonché lezioni della lingua locale. Il guadagno, nel migliore dei casi, alimenta il progetto umanitario o di conservazione principale, nel peggiore arricchisce l’agenzia.

Fin qui tutto bene. Dov’è che l’argomento diventa controverso? Bè quando si cominciano ad analizzare tutti questi progetti ai quali collaborano i volontari paganti, la qualità dei risultati e la loro pertinenza all’obiettivo della cooperazione. Con la voglia di raccogliere più fondi oppure anche solo per timore di rimanere senza volontari e senza aiuti, molte piccole organizzazioni si affidano a queste agenzie che procurano loro giovani volontari di limitata permanenza e limitate capacità. Vi faccio alcuni esempi. Non è poco comune che i giovani che arrivano con questi pacchetti-esperienza non parlino proprio per nulla la lingua del posto e che vengano comunque affidati loro incarichi come attività ricreative in un centro diurno per bambini. Qual è il problema? Che questi bambini potrebbero partecipare ad attività più costruttive, educative e socialmente pertinenti se l’animazione fosse gestita da una persona con esperienza, con un programma e con un minimo di permanenza di qualche mese. O, ovviamente, una persona del posto! Altro esempio, le attività manuali. Anche se può sembrarvi facile, costruire, scavare, aggiustare cose non lo è e può succedere che un gruppetto di volontari inesperti, nonostante le migliori intenzioni, facciamo più danno che altro e costringano altre persone ad intervenire per correre ai ripari. Per sorridere un po’ aggiungo anche che, visto che in fin dei conti questi volontari sono anche vacanzieri, non mi mancano aneddoti di volontari che si non rechino al lavoro causa postumi, o che vi si rechino in condizioni pessime.

Al di là di queste situazioni che possono far sorridere (o arrabbiare), il volonturismo presenta serissimi rischi per la cooperazione internazionale. Primo fra tutti, la tendenza a lavorare senza avere obiettivi a lungo termine e con l’intenzione solamente di sfruttare l’afflusso di volontari paganti. Del tipo “Anche se non ci sono le risorse per mantenere questa scuola a lungo termine e per pagare i suoi insegnanti, la facciamo costruire lo stesso perché i volontari che parteciperanno alla costruzione frutteranno un sacco di soldi”. Secondo, ci sono lavori che sarebbe meglio affidare ai locali, per assicurare la partecipazione della comunità e darle autorità sul progetto, per favorire l’occupazione e far girare l’economia, nonché garantire una riuscita migliore vista l’esperienza che apportano. Terzo, la strumentalizzazione di certi progetti di accoglienza, che “usano” la presenza dei bambini come un mezzo per attirare l’attenzione dei volontari paganti, senza mettere in atto nessuna strategia di terapia o sviluppo della quale i piccoli avrebbero bisogno,  ma che richiederebbe tutto un altro tipo di risorse umane. E via dicendo.

Per ulteriori e più approfondite letture, ho scelto per voi un articolo del New York Times Magazine del 2016, che con molta delicatezza si dichiara piuttosto chiaramente contro il volonturismo.

Dopo  aver seminato rabbia e terrore con queste considerazioni, vorrei spezzare una lancia a favore del volonturismo, quello fatto meglio. Conosco un’organizzazione non-profit che offre questo tipo di pacchetti-esperienza per lavorare in Perù e in Tailandia. Grazie ai guadagni offerti dai volontari paganti, riescono a gestire vari progetti molto validi a sostegno delle comunità locali. Gli elementi che differenziano questo progetto da altri meno riusciti sono: pianificazione a lungo termine, combinazione equilibrata di forza lavoro professionista e volontari paganti e reinvestimento del 100% dei guadagni nello sviluppo di questi progetti umanitari, senza che nessuna agenzia si arricchisca alle spalle della cooperazione.

Voi cosa ne pensate?  Il volonturismo sta distruggendo la credibilità della cooperazione internazionale o ci offre un’opportunità della quale dobbiamo saper approfittare per portare avanti il nostro lavoro?

Pericolo o opportunità?

Come finanziare il vostro periodo di volontariato all’estero senza aiuti

Come finanziare il vostro periodo di volontariato all’estero senza aiuti

Quando si parla di volontariato internazionale, c’è una domanda che mi è stata rivolta moltissime volte in contesti molto diversi: ma come ci si sostenta economicamente per 4,5 o 6 mesi in un paese straniero senza un reddito, un rimborso spese, e nemmeno un posto dove stare gratis? La domanda è legittima e la risposta non è semplice.

Come abbiamo già discusso molte volte in questo blog, il volontariato internazionale esercita un fascino speciale su tutti quelli che nutrono una passione per la cooperazione, il lavoro sociale o il viaggio (sostenibile ovviamente). Molti sono coloro che desiderano partire, molti meno quelli che alla fine lo fanno, e la ragione, molto spesso, è economica. Nell’ambito del mio lavoro ho addirittura fatto il colloquio a candidati molto promettenti per i nostri stage (non retribuiti) in Perù, offerto loro la posizione, per poi sentirmi dire che ci hanno pensato bene, ma non possono affrontare il rischio di 3 o 6 mesi senza uno stipendio all’estero. Il problema della mancanza di risorse, quindi, è di duplice natura giacché affligge tanto il potenziale volontario che perde un’opportunità, quanto la stessa ONG che perde profili promettenti per non poter offrire una retribuzione.

Non so voi, ma a me è sempre sorta spontanea una domanda: sarà vero che le ONG non possono retribuire non solo i volontari poco qualificati, ma neanche i loro stagisti, che si sono magari appena fatti un master e che alla fine sono coloro che si accollano responsabilità concrete e sgobbano tanto quanto gli altri per mandare avanti il progetto? La risposta, nel bene e nel male, è tendenzialmente affermativa. Le ONG di piccole e medie dimensioni non possono veramente pagare più persone di quelle che già pagano, nonostante ne abbiano assoluto bisogno. Ed è qui che entra in gioco lo stagista-qualificato-volontario, o i volontari in generale. L’esperienza, come già ho affermato diverse volte, ne vale comunque la pena, ma rimane il fatto che con tutta la buona volontà del mondo una persona non possa, in molti casi, permettersi il lusso di prendere e partire, accollandosi tutte le spese del caso, che non sono poche (volo intercontinentale, assicurazione, affitto) e non ricevere neanche un piccolo rimborso.

Per coloro che hanno l’età ed il passaporto giusto, rimando a programmi quali lo SVE, il Servizio Civile, il Humanitarian Aid and Civil Protection, ed i Corpi Civili di Pace, tutti descritti nel mio articolo di Ottobre “Questa nuova tendenza del volontariato all’estero”. Già che ci siete vi invito anche a dare un’occhiata ai miei suggerimenti su piccole borse internazionali da (in media) $500 che chiunque si può aggiudicare. Colgo l’occasione per ringraziare coloro che mi hanno suggerito di aggiungere i Corpi Civili di Pace al mio precedente articolo, il quale, altrimenti, sarebbe rimasto incompleto e vi ricordo che il bando di quest’anno scade il 10 febbraio!

Quali sono invece le opportunità per coloro che hanno già compiuti i fatidici 28 anni, per coloro che non vengono presi, o che semplicemente non vogliono conformarsi alle limitazioni del programma quali date, destinazione o posizioni offerte? Bisogna dare spazio alla creatività! Per aiutarvi, in questo articolo vi presento quattro profili di volontari che senza schemi e senza reddito riescono a mantenersi durante la durata del programma all’estero (senza chiedere a mamma e papà).

Il risparmiatore:

Questo volontario o stagista conta sui suoi risparmi. È una persona che ha lavorato qualche anno,  messo su un gruzzoletto e deciso di investirlo tutto (o quasi) in un’esperienza che gli/le cambierà la vita! Visto che questa è un po’ la mia  categoria, vi racconto a grandi linee la mia storia. Stavo lavorando per una charity di Londra da più o meno un anno e mezzo, quando ho deciso di partire. Nonostante il costo della vita altissimo di questa città, ero riuscita a mettere da parte qualcosa, quindi ho cominciato a mandare domande a progetti internazionali che richiedessero uno stagista qualificato volontario, sono stata presa e sono partita, riuscendo a mantenermi per 6 mesi a Cusco, Perù. Il vero problema del risparmiatore è prendere la decisione di lasciare il lavoro, quello dipende da voi. A meno che non siate così fortunati da poter richiedere un’aspettativa di 2 o 3 mesi spiegando al capo che andrete a fare volontariato. Vi assicuro che è possibile e succede.

Il crowdfunder:

I social media sono il suo regno e la comunicazione la sua specialità! Il crowdfunder si avvale generalmente di una piattaforma online (per il crowfunding, ovviamente). Ecco quelle che conosco:

Go Fund Me– sezione volunteer and give back.

You Caring– sezione volunteer and social service

Fund Razr– sezione community and volunteer

Just Giving– sezione international volunteering

Vi rimando poi ad un utile link per trovare altri esempi. Una volta creata la campagna su uno di questi siti, il crowdfunder lancia un messaggio nel web attraverso social media, blog o quant’altro: se ognuno aiuta con un piccolo contributo, lui o lei potrà partire e partecipare ad un incredibile programma di volontariato. Naturalmente, spiega molto bene cosa fa l’ONG e chi sono le persone che si cerca di aiutare e perché. Il suo obiettivo è che i suoi contatti sentano che aiutandolo/la a partire potranno contribuire alla causa dell’ONG. Come avrete capito, si tratta di una vera campagna di marketing, un progetto impegnativo, ma paga. Anche se in Italia il concetto di crowdfunding non è ancora molto popolare, in altri paesi questo sistema aiuta moltissimi a partire. E se avete successo, la campagna di crowdfunding stessa è una cosa che potete mettere sul vostro CV.

Il doppio-turnista:

Si accolla le spese del viaggio, ma non sborsa neanche un euro per l’affitto. Usando piattaforme come Work Away o semplicemente mettendosi in contatto con ostelli e bed&breakfast offre qualche ora di lavoro al giorno in cambio di alloggio. La vita del doppio-turnista può essere dura! Dedicarsi a due lavori allo stesso tempo non è da tutti, ma è possibile, soprattutto se il programma di volontariato non è intensissimo. Normalmente, la giornata del doppio-turnista comincia con il progetto di volontariato sociale, ma, invece di concludersi all’ora di pranzo o alle 5-6 del pomeriggio, continua con un turno di reception o un giro di email in inglese alle quali il padrone dell’ostello non sa rispondere bene.

Lo scrittore:

Ama raccontare dei suoi viaggi e scrive benissimo! Lo scrittore ha il potere di convertire la sua passione in una fonte di guadagno. Ci sono quelli che scrivono un blog così popolare che comincia a dar loro un guadagno. Altri, invece, scrivono e vendono singoli articoli a blog di viaggio quali Rough Guides, Lonely Planet, o altri. Per esperienza, conosco solo persone che scrivano in inglese e se la cavino, ma se trovaste una rivista italiana che vi paghi come corrispondente da un altro paese, non sarebbe fantastico? Per mettervi sulla buona strada, condivido il link di un’amica blogger che paga i suoi viaggi ed i suoi periodi di volontariato scrivendo.

Il lavoratore in remoto:

Web-designer, consulenti, programmatori, o qualsiasi altro lavoro che si possa fare con un computer e internet. Il lavoratore in remoto ha la fortuna di poter partire senza abbandonare completamente i suoi progetti professionali. Avete mai pensato di prendervi una semi-vacanza, dedicare il vostro tempo a una nobile causa, senza nel frattempo tralasciare totalmente le vostre occupazioni? Molti hanno già deciso di partire e si sono dedicati a progetti sociali senza per questo rinunciare totalmente ai loro guadagni.

Grazie ai contributi dei lettori, abbiamo il piacere di presentare anche:

Il commerciante:

Crede nel fair-trade ed ha i contatti giusti. Il commerciante  compra dai produttori locali per poi vendere in Italia con un piccolo guadagno, che lo aiuta a mantenersi. Lo scoglio più grande è quello del trasporto. Dipendendo dal prodotto, potrà metterlo comodamente in valigia (come suggerisce Marco) oppure appoggiarsi ad una ditta di spedizioni raccomandata da qualche ONG o associazione locale (come raccomanda Claudia). Ad ogni modo, bisogna ricordarsi che non tutti i prodotti possono essere legalmente trasportati quindi informatevi bene! (Grazie a tutti!)

L’insegnante:

Ha tanta pazienza e gli/le piace insegnare! Questo volontario insegna la sua lingua (o un’altra lingua che conosce) nel luogo dove lavora. Le lezioni private sono ben remunerate e, in moltissimi paesi, sarà facile trovare una famiglia, una ditta o una persona che voglia imparare e paghi per farlo. Certo, come il doppio-turnista, bisogna essere capaci di gestire bene gli impegni, ma alla fine ne sarà valsa la pena. (Grazie a Claudia per la collaborazione!)

Il tour operator:

È spigliato e ci sa fare con la gente. Il tour operator offre i suoi servizi ad agenzie turistiche locali prestandosi come interprete o “mediatore culturale” responsabile dell’accoglienza dei turisti. Saprete bene che in alcuni paesi questo settore non è molto sviluppato e il contributo di una persona che capisca la sensibilità culturale dei turisti farà la differenza. Certe lingue, poi, possono rivelarsi utilissime: quand’ero a Cusco c’era un bisogno costante di guide turistiche che parlassero tedesco! Ovviamente, il tempo è nuovamente un fattore avverso e ci sará bisogno di trovare un equilibrio tra l’attività di volontariato e la collaborazione con l’agenzia. (Grazie ancora a Claudia!)

Appartenete a qualcuna di queste categorie? O forse ad un’altra? Fatemi sapere qual è la vostra soluzione creativa al problema della mancanza di risorse per il volontario all’estero in modo da completare l’articolo e renderlo più utile per tutti!

 

Una nuova vita- percorsi di transizione per ragazzi in comunità

Una nuova vita- percorsi di transizione per ragazzi in comunità

Vi siete mai chiesti quale sia il passo più difficile nel lavoro socio-educativo con i giovani? La risposta è probabilmente quella che vi aspettavate: quando bisogna lasciarli andare e devono cominciare a farcela da soli. Non c’è programma o progetto che non debba affrontare quest’evento perché tutti smettiamo di essere giovani ad un certo punto. L’impatto che ciò ha nella vita di una persona varia a seconda del tipo di aiuto che viene dato e, in certi casi, il passo è così importante che ci vogliono anni di preparazione. O una strategia alternativa. Vorrei condividere con voi due fantastiche iniziative, diverse tra loro in tutto e per tutto, tranne una cosa: la volontà di fare in modo che i ragazzi non si sentano abbandonati  una volta terminato il loro percorso di crescita all’interno di un determinato progetto.

(In fondo, suggerimenti per esperienza di volontariato!)

Casa Mantay– Cusco, Perù

Ancora una volta torno in Perù dove ho lavorato fianco a fianco con un’organizzazione chiamata Casa Mantay, ovvero “Casa Madre”. Casa Mantay offre una casa e sostegno materiale, psicologico e legale a giovani donne diventate madri in tenera età e la cui incolumità è minacciata tra le mura domestiche. Infatti, molto spesso, la gravidanza è il risultato di violenza sessuale perpetrata da un membro della famiglia. Le ragazze fanno il loro ingresso a Casa Mantay durante l’adolescenza e, per legge,  ne escono una volta compiuti 18 anni. Questa data, quindi, segna un momento importantissimo nella vita delle ragazze che passano da una vita vissuta in comunità, sotto la supervisione di psicologi ed altro personale qualificato, alla più totale indipendenza, spesso senza il sostegno di quella famiglia che era già venuta meno in passato. In più, con la responsabilità di un bambino piccolo.

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Cosa fa Mantay per fare in modo che le ragazze siano pronte a lasciare la Casa una volta compiuti i 18 anni?

Fare la mamma– Il percorso verso l’indipendenza comincia non appena entrate nella casa. Al di là del sostegno psicologico e legale che ricevono, le ragazze cominciano subito ad imparare a prendersi cura del neonato: come cambiarlo, nutrirlo, curarlo, farlo giocare, educarlo. Lo imparano stando con il loro bambino, ma anche con quelli delle altre visto che la casa dispone di una nursery dove le mamme fanno i turni per prendersi cura di tutti i neonati, mentre le compagne si dedicano ad altre faccende o studiano.

Gestire una casa– Casa Mantay dispone di personale qualificato per ogni incombenza della casa (infermiere, servizio lavanderia, etc), ma la mamme sono tenute ad aiutare in ogni cosa e, col tempo, ad assumersi sempre più responsabilità. Dovranno quindi lavare i pannolini del bimbo, pulire le stanze e soprattutto cucinare per tutti (più o meno 50 persone a pranzo). Dovranno anche andare a fare la spesa usando il budget a disposizione.

Studiare– Fare la mamma e andare a scuola è complicato, ma grazie a corsi intensivi del fine settimana le ragazze riescono a completare gli studi. Inoltre, tra i 16 e i 18 anni, seguono anche corsi professionali per riuscire a trovare un lavoro una volta lasciata la casa. Tra i più gettonati, ci sono i corsi di cucina e pasticceria.

Dalla comunità all’indipendenza– Anche dal punto di vista psicologico, il cambio da una vita comunitaria ad una indipendente è molto forte. Casa Mantay favorisce la transizione grazie al metodo delle stanze: al loro arrivo, le ragazze condividono la stanza con altre 3-4 mamme ed i loro bambini. Con il passare del tempo passano ad una stanza doppia ed infine ad una singola, giacché così sarà la loro stanza una volta uscite dalla Casa.

Risparmi e lavoro– Durante gli ultimi mesi a Casa Mantay, le ragazze cominciano a lavorare. Di solito, si dedicano all’attività per la quale sono state preparate nei loro studi tecnico-professionali. La Casa stessa ha lanciato anni fa un’impresa sociale (Mantay) per la quale lavorano 7 mamme ormai maggiorenni e che ha fornito training a numerose ragazze prime dell’uscita da Casa Mantay.  Poco a poco, tutte mettono da parte un piccolo gruzzolo che le aiuterà nei primi mesi lontano dalla Casa, mentre cominciano già ad affrontare spese necessarie, quali un letto per dormire. Nessuna mamma lascia la casa senza un posto dove andare ed un modo per mantenersi.

Un legame con Mantay– Casa Mantay non recide certo i legami con le mamma ormai indipendenti. Anzi, fanno di tutto per rimanere in contatto con loro. L’assistenza legale e psicologica rimane a loro disposizione, così come il servizio di nursery del quale si possono avvalere pagando un prezzo simbolico. Il fatto che possano lasciare il bambino a Casa Mantay per qualche ora mentre loro vanno a lavorare è importantissimo per le giovani mamme. Infatti, molte finiscono per affittare una stanza proprio lì vicino.

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Instaurare una così efficacie strategia di transizione non è da poco. Basti pensare che ci sono moltissime altre strutture che non sono in grado di fornire le stesse condizioni e nelle quali si trovano spesso ragazzi più grandi che non sono ancora riusciti a diventare indipendenti. Mantay funziona e infatti la stragrande maggioranza delle ragazze sono prontissime ad uscire dalla Casa durante il diciottesimo anno di età. Il segreto? Hanno cominciato a prepararsi non appena entrate.

Le ragazze di Casa Mantay: link

È Buono– Genova, Italia

E da Cusco torniamo alla mia città, Genova, e non solo a Genova, ma proprio al mio quartiere, San Fruttuoso, dove l’impresa- franchising sociale È Buono ha appena lanciato un nuovo modello di inserimento nel mondo del lavoro per giovani che hanno vissuto un’esperienza “fuori famiglia”, ovvero in affido o comunità. Proprio a San Fruttuoso è stata aperta la prima gelateria del progetto, dove i ragazzi potranno lavorare ed apprendere un mestiere. Nel 2016, sono già stati assunti 5 ragazzi e se il progetto avrà successo ce ne saranno molti più. Infatti, l’idea è quella di avviare diversi franchising sociali nei primi mesi del 2017 ed aprire ulteriori punti vendita, come quello di Nervi.

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L’iniziativa è stata riconosciuta dal XII Premio Partnership sociali Imprese-Organizzazioni di Volontariato 2016, conferito da Celivo e Confindustria, giacché il progetto nasce dalla collaborazione tra non-profit e impresa. L’idea è stata lanciata dall’ Associazione Consulta Diocesana per le attività a favore dei minori e delle famiglie ONLUS, la quale opera da molti anni sul territorio genovese e ad oggi gestisce 15 case d’accoglienza per giovani. I collaboratori principali sono stati l’Associazione Ancoraggio e Agevolando Associazione No-Profit, due entità volute e formate da giovani in uscita da percorsi “fuori famiglia”. Dal mondo dell’impresa, invece, hanno dato una mano, tra gli altri, Costa Crociere, Amiu e Latte Tigullio.

È Buono, come dice il nome, si ispira all’ideale dell’alta qualità fornendo un prodotto realizzato con materie prime locali e biologiche, in parte acquistate da cooperative sociali che gestiscono terreni confiscati alle mafie, lavorato secondo la tradizione artigianale, per la promozione di un modello di comportamento solidale. Quanto al gusto, non ho avuto ancora l’opportunità di provarlo personalmente, ma i commenti online sono alquanto positivi (vedi link).

Come nel caso di Casa Mantay, il passo dalla vita in comunità alla vita adulta, indipendente, senza l’appoggio della famiglia, può essere un salto nel buio.  I ragazzi neo-maggiorenni, ancora giovanissimi, si trovano ad affrontare le sfide economiche, lavorative, relazionali ed abitative del mondo esterno. È per questo motivo che esistono associazioni come Agevolando e Ancoraggio, che forniscono una rete di appoggio umano e sociale ai giovani che hanno affrontato questi percorsi di vita. Concretamente, tutto ciò si traduce in opportunità lavorative presso entità inclusive, corsi di formazione, sostegno a livello legale-burocratico, accesso ad agevolazioni ed appoggio umano. Iniziative come È Buono permettono di fare tutto questo senza il bisogno di appoggiarsi ad enti terzi. È Buono è un trampolino di lancio nel mondo del lavoro, un training, un’esperienza, un’opportunità lavorativa. È uno strumento per dare più visibilità ad una sfida di cui molti non conoscono neppure l’esistenza. È una fonte di guadagno per una causa sociale che, come tutte, ha bisogno di fondi.

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Qual è quindi il segreto di È buono?

Sostenibile– il progetto è un’impresa sociale a carattere di franchising, avviata con investimenti importanti provenienti da diversi sponsor. Il prodotto è elaborato seguendo i più alti standard di qualità e presenta un’alta redditività. Insomma, questo progetto è in grado di mantenersi da solo e di continuare ad esistere indipendentemente dall’aiuto esterno.

Accessibile– Dal processo di lavorazione del gelato alla gestione di un’impresa, i ragazzi possono intraprendere questo percorso di apprendimento svolgendo l’attività che più si adatta ai loro gusti e capacità: fasi di lavorazione molto semplici, quelle complesse, attenzione al cliente, marketing e gestione di un’impresa.

Partecipativo– il progetto riunisce l’esperienza della associazioni coinvolte, formate da ragazzi che hanno vissuto un percorso di crescita “fuori famiglia”, e l’esperienza imprenditoriale di entità quali Costa Crociere, che ha prestato le conoscenze dei propri dipendenti per plasmare la strategia di crescita imprenditoriale di È Buono.

Eccellenza– le parole “sociale” e “giovani” possono mettere alcuni sulla cattiva strada. Nonostante l’obiettivo sia sì di carattere sociale, non si tratta di prodotti stile vendita di torte per la raccolta fondi. Gli ingredienti e la preparazione puntano all’eccellenza, come prova la presenza di un consulente quale la Gelato University Carpigiani Bologna.

Preparazione al mondo del lavoro– Per un ragazzo di 18 anni uscito da un circuito di protezione e tutela, l’inserimento diretto nel mondo del lavoro può non andare così bene come si vorrebbe. È Buono fornisce l’opportunità di muovere i primi passi con l’assistenza di un tutor e accompagnatore che non solo insegna a fare il gelato, ma anche lezioni di vita fondamentali sia dentro che fuori il mondo del lavoro.

Ingressi e indipendenza– Grazie al lavoro nella gelateria, i ragazzi cominciano a guadagnare e risparmiare per far fronte a tutte le spese che devono affrontare una volta terminato l’appoggio economico a loro fornito in precedenza.

Sia Casa Mantay che le comunità della Consulta Diocesana cercano volontari! Fate circolare!

  • Esperienza di volontariato a Casa Mantay- link
  • Servizio Civile nelle case della Consulta Diocesana- link

Foto: Google e LAFF

Ecco come fare il volontario guadagnandoci

Ecco come fare il volontario guadagnandoci

Per chi non si sente completamente soddisfatto al lavoro e per chi è stanco di perdere opportunità lavorative perché non ha abbastanza esperienza, la soluzione potrebbe essere una sola: il volontariato.

La maggior parte di noi, pensando al volontariato, si concentra sul “dare”. Il volontario “dona” il suo tempo per mettersi al “servizio” di una causa, un gruppo di persone, un progetto. Tutto questo è verissimo, ma non  esaurisce neanche un po’ l’esperienza del volontariato nella quale c’è una grossa fetta di “ricevere”.  E cosa ci guadagni a fare il volontario? Molto più di quello che pensate. Da un forte senso di appagamento ed appartenenza alla comunità, ad un’esperienza professionale che fa curriculum. Se tutto ciò vi giunge nuovo è perché, purtroppo, in certi paesi tra cui l’Italia, la cultura sociale del volontariato non si è ancora diffusa abbastanza e non ci rendiamo conto del potenziale di quest’attività. Non mi voglio addentrare nei meandri del dibattito degli stage non pagati, questa è un’altra storia. Parlo di tutte quelle attività a sfondo sociale, medico o ambientale che coinvolgono decine e decine di persone non remunerate.

Chi di noi non ha visto alla televisione gli eserciti di volontari accorsi per soccorrere le vittime del terremoto? Non possono essere passati inosservati, sono tantissime le persone che hanno risposto alla chiamata e sono intervenuti, ognuno con le proprie capacità, per aiutare, condividere, sostenere. L’attualità ha portato terribili tragedie direttamente a casa nostra ed è magnifico osservare la reazione della gente che da massa rumorosa si trasforma in comunità e si organizza per prestare soccorso. Ma quando i media smetteranno di parlarne, quando il clamore cesserà, o, speriamo, quando i terremotati già non avranno bisogno d’aiuto, che ne sarà della solidarietà e dello spirito di comunità? Dei volontari? Pochi anni fa, ho assistito a qualcosa di simile dopo le Olimpiadi di Londra. L’evento sportivo aveva mobilitato migliaia di persone! Tutti volevano essere volontari! E poi? Finito il clamore, nessuno sembrava avere più tempo per aiutare. Sembriamo incapaci di renderci conto che ci sono cause meritevoli anche lontano dai riflettori e che, anche se la televisione non ne parla, il bisogno di volontari è costante.

La solita ricerca su internet (sul sito del CSV per esempio) basterà  per darvi accesso a centinaia di opportunità direttamente nelle vostre città. A meno che non troviate un progetto interessante anche solo passeggiando nel vostro quartiere. Veramente non capisco come nelle scuole e nelle università non si trasmetta un po’ di cultura solidale e non esistano progetti per coinvolgere gli studenti nel volontariato. All’età di 16 o 17 anni, ho avuto la fortuna di vivere una breve esperienza in un centro di attività pomeridiane per bambini e ragazzi alla quale non ho avuto accesso grazie alla mia scuola, ma perché avevo una prof coinvolta nel progetto. Dobbiamo veramente aspettare che i ragazzi si rendano conto di queste possibilità attraverso il passaparola? Non approfittare, in quegli anni di formazione, dell’opportunità di maturare ed acquisire nuove capacità attraverso il volontariato è un terribile spreco.

Quali sono, quindi, i vantaggi concreti che il volontariato offre ai giovani (e meno giovani)? Al di là di un’occasione per socializzare e sentirsi parte della comunità, apprendendo una concreta lezione di educazione civica, fare volontariato aiuta a rendere più interessante il proprio curriculum, e di conseguenza, aumenta le probabilità di trovare un lavoro. Poche settimane fa, scrissi un blog nel quale esponevo brevemente il mio punto di vista sulla situazione dei NEET, sostenendo che coloro che sono NEET oggi, sono stati, in gran parte, ragazzi privi della corretta formazione ieri. Il volontariato è proprio una di quelle occasioni di formazione che potrebbero fare la differenza, un contesto dove conoscere persone nuove e dove rendersi conto di ciò che serve per lavorare in gruppo, rispettando un’etica professionale e un codice di comportamento (puntualità, fiducia, rispetto). Nel terzo settore, dove lavoro, ho sempre prestato moltissima attenzione alle esperienze di volontariato dei candidati dalle quali si può dedurre moltissimo sulla loro intraprendenza, il loro impegno sociale, la loro capacità di relazionarsi con gli altri e, soprattutto, di empatizzare con loro. Negli altri settori del mondo lavorativo in Italia, forse, il volontariato è ancora sottovalutato, ma sicuramente non passa inosservato, soprattutto quando cerchiamo un primo lavoro: ci toglie dall’imbarazzo del “Ma io non ho niente da metterci sul curriculum!”

Tanto per cominciare, attraverso il volontariato si possono acquisire abilità specifiche in relazione al nostro lavoro. Aspiranti medici e paramedici possono fare volontariato negli ospedali e nelle case di riposo, futuri insegnanti e professionisti dell’educazione nei centri pomeridiani e nei campi estivi, amanti degli animali possono dare una mano al canile, appassionati nel campo delle comunicazioni possono scrivere blog per una piccola organizzazione o gestire una campagna, e così via, ognuno seguendo la propria vocazione. L’aspetto più importante, però, è che la partecipazione di un giovane in attività professionali o semi-professionali aiuta a sviluppare quelle famose transferable skills  o soft skills delle quali molti hanno sentito parlare. Non si tratta di abilità stratosferiche, ma di capacità basiche importantissime per la formazione al mondo del lavoro, che no, nelle scuole non è contemplata. Includono la capacità di lavorare in squadra (o team work), di rispettare le “regole” (orari, indicazioni, deadlines) e di comunicare correttamente con persone diverse da quelle che incontriamo tutti i giorni. Ma anche la stima che nutriamo per noi stessi e la determinazione ad inseguire le nostre ambizioni.

Ci sono istituzioni che cercano di diffondere il volontariato tra i giovani con programmi come Youth in Action, che finanzia iniziative rivolte a coloro che vogliono fare qualcosa per migliorare loro comunità, o il Give to Gain (Dare per Ricevere), che mi sono trovata a gestire qualche anno fa. Il messaggio, però, non sembra essere abbastanza diffuso, e non lo sarà fino a quando non saranno le scuole e le università ad indurre i propri studenti a completare la loro formazione con un’esperienza di volontariato e a guidarli nella ricerca.

Il volontariato non ci toglie proprio niente, come minimo è uno scambio alla pari, dove uno offre il suo tempo ed è ricambiato con appagamento, senso di appartenenza e formazione al lavoro. Un baratto se volete! Io, però, tendo a pensare che alla fine sia il volontario che ci guadagna in salute mentale e qualità della vita.

Foto: Google

Non una e non uno di meno: combattiamo la violenza contro le donne

Non una e non uno di meno: combattiamo la violenza contro le donne

Nel mondo, una donna su tre ha subito, nel corso della sua vita, violenza per colpa di un uomo. Una su tre. Adesso pensa alle tue migliori amiche, a tua sorella, a tua figlia, alle tue cugine e comincia a contare: i numeri dicono che ogni, due vivranno una vita libera dalla violenza e una ne sarà vittima. Probabilmente, dicono sempre i numeri, sarà proprio il suo compagno che tra le mura domestiche gliele darà di santa ragione, che so io, per essere tornata più tardi di quello che avevano concordato.  Probabilmente, tu conoscerai quel mascalzone, ma non ti renderai conto di nulla perché la tua amica, tua sorella, tua figlia o tua cugina non avrà il coraggio o la forza di raccontarlo: nove volte su dieci una donna non denuncia. Certo potrebbe andare peggio: potresti anche appartenere a quella percentuale che pensa “tra moglie e marito non mettere il dito” e sono tutti affari loro, che magari lei se l’è meritato.

Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza Contro le Donne: perché no?

Visti i numeri, non dovrebbe stupire che sia stata istituita una Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza Contro le Donne il 25 novembre, nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica e colpevolizzare questi atteggiamenti patriarcali in tutto il mondo. Eppure tantissime volte sono testimone di reazioni insofferenti, tipo “che palle ‘ste femministe con le loro manie”.  Quando chiedo di elaborare, mi vengono tendenzialmente date due risposte tipo. La prima: “Non è certo con queste sciocchezze (leggi marce di sensibilizzazione, giornate mondiali, uso della parola femminicidio al posto di omicidio) che si risolve il problema, serve ben altro”; la seconda: “Ma agli uomini che sono vittime di violenza non ci pensa nessuno? Quindi va bene se una donna picchia un uomo?”.

Alla prima obiezione rispondo ok, la sensibilizzazione è un lavoro comprensivo che non si esaurisce con le marce e con gli slogan. Ma! I movimenti per i diritti umani, lungi dall’essere una sciocchezza, hanno aperto gli occhi al mondo. E neanche l’uso di parole chiave per la sensibilizzazione, come ricorrere alla parola femminicidio per concentrare l’attenzione sul fatto che la vittima è stata uccisa in quanto donna, è una sciocchezza. Non siamo forse tutti coscienti della forza delle parole, parole che offendo, che umiliano? La cultura patriarcale è imbevuta di parole forti, debilitanti e umilianti, come puttana (leggi donna che ha relazioni sessuali con più di un uomo, o che mette una gonna corta, o che fa qualsiasi cosa che all’uomo non vada bene);  o isterica (leggi donna che ha un’opinione forte o che è stufa di starsene zitta). Quindi non vedo perché non si possano usare le parole anche per difenderle, le donne, oltre che umiliarle.

Alla seconda obiezione rispondo no, non va bene se una donna picchia un uomo. E non è una scusa il fatto che sia solitamente meno forte. Non lo è. Certo, lo schiaffo della fidanzata gelosa non ha mai mandato un uomo all’ospedale, non l’ha mai sfigurato, o lasciato svenuto in terra. Ma è decisamente, eticamente sbagliato.  Spesso suggerisco agli amici dell’obiezione numero due che se vogliono veramente trasformarsi in difensori degli uomini vittime di abuso domestico si facciano pure avanti perché di lavoro da fare ce n’è: l’abuso non è prerogativa del marito sulla moglie. Ci sono mariti vittime delle loro mogli, soprattutto di violenza psicologica ed emozionale che portano l’uomo alla depressione. Ci sono coppie gay dove uno dei due uomini usa violenza fisica e sessuale sul compagno. Ma normalmente i miei interlocutori non dimostrano grande interesse nel continuare la conversazione.

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È il momento di dire basta

La violenza sulle donne è un male che affligge il mondo. È un male del quale le culture stesse sono impregnate visto che la violenza sulle donne è sminuita e giustificata, se non incoraggiata, in quasi tutte le culture di questo pianeta. E a volte sono lo donne stesse che puntano il dito contro le altre, “puttane”, che si meritano un tale trattamento! La comunità internazionale il 25 novembre dice basta:

Basta alle fidanzatine terrorizzate dal fidanzatino per la gonna troppo corta, per gli amici maschi, per avere una vita. Hanno 14 anni e già sono costrette ad abbassare la testa nel nome di un amore che non è amore, che è controllo e ossessione.

Basta alle donne spaventate che corrono a denunciare l’ennesima sfuriata del marito ubriaco e si sentono rispondere “Suvvia, sono cose che succedono, adesso torni a casa e sia un brava moglie che vedrà che non succede più”. Il braccio della legge ipocrita difende il patriarcato e ironizza sulle vittime, fino a quando non è troppo tardi e queste compaiono in un obitorio, picchiate a morte.

Basta alle giustificazioni tipo era ubriaca e ci ha provato con me, aveva la gonna troppo corta, tanto se la fa con tutti. Magari era ubriaca, ma questo non diminuisce la colpa e la brutalità dei 7 compagni di studi che le sono saltati addosso e l’hanno stuprata. Magari se la fa con tutti, ma con te proprio no. Magari la gonna era corta: quindi??

Basta alla violenza all’interno dell’arma. Una donna che decide di servire il proprio paese e fare un lavoro predominantemente maschile si espone ad un altissimo rischio di stupro e violenza, che spesso non viene denunciato. Ma vi sembra normale?

Basta al terrore e alla vergogna che impedisce alle vittime di violenza domestica di denunciare. Deve esistere un sistema per aiutarle, quando denunciano. E una società pronta ad empatizzare, non a condannare.

Cambiando le cose, un passo alla volta

Insomma basta trattare le donne come proprietà privata, peccatrici, oggetti.  Non solo il 25 novembre, ma tutti i giorni dovremmo appoggiare iniziative di sensibilizzazione ed educazione, come He for She che parte dal presupposto che la lotta alla violenza va combattuta in egual misura da uomini e donne. Oppure One Billion Rising, una delle più grandi reti di attivismo del mondo. O anche Non una di meno, braccio italiano di un movimento internazionale che si mobilita in difesa delle donne vittime di violenza.

E come dimenticare le piccole iniziative locali? Qualche anno fa abbiamo trasformato un corso di fotografia in un’occasione per sensibilizzare una classe di 15 partecipanti adolescenti sul tema della violenza contro le donne e della discriminazione.  La loro risposta è stata incredibile, forte, decisa.  Le ragazze, provenienti da un’area di Londra con alti tassi di violenza domestica, hanno espresso con entusiasmo la loro identità di giovani donne indipendenti, motivate ed appassionate. Hanno preso coscienza della discriminazione e della violenza ed hanno espresso il loro coraggio attraverso fantastiche fotografie che rappresentano loro stesse ed i loro sogni. In un’altra occasione abbiamo lavorato con un gruppo di maschietti in Perù, tutti  tra la pre-adolescenza e l’adolescenza, su importantissimi temi quali il rispetto e la buona comunicazione.  Abbiamo cercato di contrastare i preconcetti legati agli stereotipi sociali e realizzato attività per fare pratica con le dinamiche di ascolto attivo ed empatia. Insomma, questi giovani uomini si sono indirettamente misurati con uno dei problemi sociali più grandi del loro paese, la violenza sulle donne, e ne sono usciti più preparati e coscienti. Questi sono solo due piccoli esempi di pratiche di sensibilizzazione che potrebbero essere applicati ovunque, insieme all’educazione sessuale, per crescere nuove generazioni di donne libere dalla minaccia della violenza e uomini che rispettino le donne non necessariamente in quanto donne: in quanto esseri umani con i loro stessi diritti!

Ebbene sì, la giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne non è sufficiente a porre fine a questo incubo, ma se anche solo servisse a farci pensare un po’ di più a come educhiamo i nostri figli e le nostre figlie, i nostri studenti, a come ci trattiamo tra di noi e soprattutto a come noi donne trattiamo noi stesse, allora il suo scopo l’avrebbe raggiunto.

Foto: Google