5 cose che cambiano nella vita di un volontario

5 cose che cambiano nella vita di un volontario

Davvero credo che fare volontariato cambi la vita e l’ho sostenuto molte volte sulle pagine della Traccia Nomade. Infatti, il volontariato fa bene non solo alla comunità, ma anche, ed in egual misura, alla persona che si accinge a donare il suo tempo. Come? Lasciamo che gli esperti ci dicano quali sono i 5 cambi concreti che il volontariato può portare nella vita di un giovane. Alla fine del post, probabilmente sarete perplessi quanto me: perché nel nostro paese sono ancora pochi i giovani che si dedicano al volontariato?

Un premessa:

Secondo una ricerca del Institue for Volunteering Research (Regno Unito), e molte altre, i benefici del volontariato per il giovane che vi si dedica sono molteplici e vanno dalla crescita personale all’imprenditoria:

  • Crescita personale: in particolare, si evidenza uno sviluppo di capacità quali comunicazione interpersonale, collaborazione e capacità direttive, nonché disciplina e senso di responsabilità
  • Benessere: soprattutto sentirsi partecipi di qualcosa di importante e dare un senso alla propria vita
  • Impatto sulla comunità: in particolare essere coscienti dei bisogni di una comunità e sentirsi in grado di produrre un cambiamento
  • Relazioni sociali: avere contatti con persone diverse dal solito, per età, interessi, etc.
  • Imprenditoria e creatività

Ma che effetto ha lo sviluppo di queste qualità? Cosa cambia?

Ecco 5 cambi concreti nella vita di un volontario, a breve e lungo termine:

  • Lontano dai problemi: se fai volontariato, hai meno probabilità di diventare alcolizzato o tossicodipendente, nonché mamma in giovane età. Lo dice la scienza.
  • Voti più alti! Secondo i dati raccolti, i giovani che fanno volontariato hanno voti più alti a scuola! Provare per credere.
  • Idee più chiare: i giovani affermano che attraverso il volontariato sviluppano quelle capacità che servono nel mondo del lavoro e si rendono conto della loro affinità, o meno, con certi percorsi lavorativi.
  • Più amici e più networking: i volontari conoscono un sacco di persone nuove, che non sono né della loro scuola né del loro quartiere e così facendo espandono i loro contatti sociali.
  • Adulti sensibili alle tematiche sociali: gli studi dimostrano che color che sono stati volontari in giovane età sono più propensi a fare donazioni da adulti, a continuare a fare volontariato e ad applicare valori etici alla loro vita lavorativa.
(Credito per i dati usati alla pubblicazione della Nevada University)

 

Ci sono tonnellate di dati che confermano la stessa cosa: fare volontariato fa bene, soprattutto ai giovani, ma non solo! L’Italia non è certo uno dei paesi che più si dedica a quest’attività, ma i recenti sviluppi a livello politico ed economico (mi riferisco alla riforma del terzo settore ed al ruolo che quest’ultimo assume nella ripresa economica del paese) fanno ben sperare. Quello che ancora manca è un avvicinamento tra il terzo settore e quello dell’istruzione per far sì che i giovani comincino ad affacciarsi su questo mondo e tutte le opportunità che offre.

Credete anche voi che fare volontariato abbia effetti positivi nella vita di una persona? Come fare affinché più giovani vi si dedichino? Credete anche voi che il terzo settore e le opportunità per i volontari siano in considerevole espansione?

Una nuova vita- percorsi di transizione per ragazzi in comunità

Una nuova vita- percorsi di transizione per ragazzi in comunità

Vi siete mai chiesti quale sia il passo più difficile nel lavoro socio-educativo con i giovani? La risposta è probabilmente quella che vi aspettavate: quando bisogna lasciarli andare e devono cominciare a farcela da soli. Non c’è programma o progetto che non debba affrontare quest’evento perché tutti smettiamo di essere giovani ad un certo punto. L’impatto che ciò ha nella vita di una persona varia a seconda del tipo di aiuto che viene dato e, in certi casi, il passo è così importante che ci vogliono anni di preparazione. O una strategia alternativa. Vorrei condividere con voi due fantastiche iniziative, diverse tra loro in tutto e per tutto, tranne una cosa: la volontà di fare in modo che i ragazzi non si sentano abbandonati  una volta terminato il loro percorso di crescita all’interno di un determinato progetto.

(In fondo, suggerimenti per esperienza di volontariato!)

Casa Mantay– Cusco, Perù

Ancora una volta torno in Perù dove ho lavorato fianco a fianco con un’organizzazione chiamata Casa Mantay, ovvero “Casa Madre”. Casa Mantay offre una casa e sostegno materiale, psicologico e legale a giovani donne diventate madri in tenera età e la cui incolumità è minacciata tra le mura domestiche. Infatti, molto spesso, la gravidanza è il risultato di violenza sessuale perpetrata da un membro della famiglia. Le ragazze fanno il loro ingresso a Casa Mantay durante l’adolescenza e, per legge,  ne escono una volta compiuti 18 anni. Questa data, quindi, segna un momento importantissimo nella vita delle ragazze che passano da una vita vissuta in comunità, sotto la supervisione di psicologi ed altro personale qualificato, alla più totale indipendenza, spesso senza il sostegno di quella famiglia che era già venuta meno in passato. In più, con la responsabilità di un bambino piccolo.

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Cosa fa Mantay per fare in modo che le ragazze siano pronte a lasciare la Casa una volta compiuti i 18 anni?

Fare la mamma– Il percorso verso l’indipendenza comincia non appena entrate nella casa. Al di là del sostegno psicologico e legale che ricevono, le ragazze cominciano subito ad imparare a prendersi cura del neonato: come cambiarlo, nutrirlo, curarlo, farlo giocare, educarlo. Lo imparano stando con il loro bambino, ma anche con quelli delle altre visto che la casa dispone di una nursery dove le mamme fanno i turni per prendersi cura di tutti i neonati, mentre le compagne si dedicano ad altre faccende o studiano.

Gestire una casa– Casa Mantay dispone di personale qualificato per ogni incombenza della casa (infermiere, servizio lavanderia, etc), ma la mamme sono tenute ad aiutare in ogni cosa e, col tempo, ad assumersi sempre più responsabilità. Dovranno quindi lavare i pannolini del bimbo, pulire le stanze e soprattutto cucinare per tutti (più o meno 50 persone a pranzo). Dovranno anche andare a fare la spesa usando il budget a disposizione.

Studiare– Fare la mamma e andare a scuola è complicato, ma grazie a corsi intensivi del fine settimana le ragazze riescono a completare gli studi. Inoltre, tra i 16 e i 18 anni, seguono anche corsi professionali per riuscire a trovare un lavoro una volta lasciata la casa. Tra i più gettonati, ci sono i corsi di cucina e pasticceria.

Dalla comunità all’indipendenza– Anche dal punto di vista psicologico, il cambio da una vita comunitaria ad una indipendente è molto forte. Casa Mantay favorisce la transizione grazie al metodo delle stanze: al loro arrivo, le ragazze condividono la stanza con altre 3-4 mamme ed i loro bambini. Con il passare del tempo passano ad una stanza doppia ed infine ad una singola, giacché così sarà la loro stanza una volta uscite dalla Casa.

Risparmi e lavoro– Durante gli ultimi mesi a Casa Mantay, le ragazze cominciano a lavorare. Di solito, si dedicano all’attività per la quale sono state preparate nei loro studi tecnico-professionali. La Casa stessa ha lanciato anni fa un’impresa sociale (Mantay) per la quale lavorano 7 mamme ormai maggiorenni e che ha fornito training a numerose ragazze prime dell’uscita da Casa Mantay.  Poco a poco, tutte mettono da parte un piccolo gruzzolo che le aiuterà nei primi mesi lontano dalla Casa, mentre cominciano già ad affrontare spese necessarie, quali un letto per dormire. Nessuna mamma lascia la casa senza un posto dove andare ed un modo per mantenersi.

Un legame con Mantay– Casa Mantay non recide certo i legami con le mamma ormai indipendenti. Anzi, fanno di tutto per rimanere in contatto con loro. L’assistenza legale e psicologica rimane a loro disposizione, così come il servizio di nursery del quale si possono avvalere pagando un prezzo simbolico. Il fatto che possano lasciare il bambino a Casa Mantay per qualche ora mentre loro vanno a lavorare è importantissimo per le giovani mamme. Infatti, molte finiscono per affittare una stanza proprio lì vicino.

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Instaurare una così efficacie strategia di transizione non è da poco. Basti pensare che ci sono moltissime altre strutture che non sono in grado di fornire le stesse condizioni e nelle quali si trovano spesso ragazzi più grandi che non sono ancora riusciti a diventare indipendenti. Mantay funziona e infatti la stragrande maggioranza delle ragazze sono prontissime ad uscire dalla Casa durante il diciottesimo anno di età. Il segreto? Hanno cominciato a prepararsi non appena entrate.

Le ragazze di Casa Mantay: link

È Buono– Genova, Italia

E da Cusco torniamo alla mia città, Genova, e non solo a Genova, ma proprio al mio quartiere, San Fruttuoso, dove l’impresa- franchising sociale È Buono ha appena lanciato un nuovo modello di inserimento nel mondo del lavoro per giovani che hanno vissuto un’esperienza “fuori famiglia”, ovvero in affido o comunità. Proprio a San Fruttuoso è stata aperta la prima gelateria del progetto, dove i ragazzi potranno lavorare ed apprendere un mestiere. Nel 2016, sono già stati assunti 5 ragazzi e se il progetto avrà successo ce ne saranno molti più. Infatti, l’idea è quella di avviare diversi franchising sociali nei primi mesi del 2017 ed aprire ulteriori punti vendita, come quello di Nervi.

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L’iniziativa è stata riconosciuta dal XII Premio Partnership sociali Imprese-Organizzazioni di Volontariato 2016, conferito da Celivo e Confindustria, giacché il progetto nasce dalla collaborazione tra non-profit e impresa. L’idea è stata lanciata dall’ Associazione Consulta Diocesana per le attività a favore dei minori e delle famiglie ONLUS, la quale opera da molti anni sul territorio genovese e ad oggi gestisce 15 case d’accoglienza per giovani. I collaboratori principali sono stati l’Associazione Ancoraggio e Agevolando Associazione No-Profit, due entità volute e formate da giovani in uscita da percorsi “fuori famiglia”. Dal mondo dell’impresa, invece, hanno dato una mano, tra gli altri, Costa Crociere, Amiu e Latte Tigullio.

È Buono, come dice il nome, si ispira all’ideale dell’alta qualità fornendo un prodotto realizzato con materie prime locali e biologiche, in parte acquistate da cooperative sociali che gestiscono terreni confiscati alle mafie, lavorato secondo la tradizione artigianale, per la promozione di un modello di comportamento solidale. Quanto al gusto, non ho avuto ancora l’opportunità di provarlo personalmente, ma i commenti online sono alquanto positivi (vedi link).

Come nel caso di Casa Mantay, il passo dalla vita in comunità alla vita adulta, indipendente, senza l’appoggio della famiglia, può essere un salto nel buio.  I ragazzi neo-maggiorenni, ancora giovanissimi, si trovano ad affrontare le sfide economiche, lavorative, relazionali ed abitative del mondo esterno. È per questo motivo che esistono associazioni come Agevolando e Ancoraggio, che forniscono una rete di appoggio umano e sociale ai giovani che hanno affrontato questi percorsi di vita. Concretamente, tutto ciò si traduce in opportunità lavorative presso entità inclusive, corsi di formazione, sostegno a livello legale-burocratico, accesso ad agevolazioni ed appoggio umano. Iniziative come È Buono permettono di fare tutto questo senza il bisogno di appoggiarsi ad enti terzi. È Buono è un trampolino di lancio nel mondo del lavoro, un training, un’esperienza, un’opportunità lavorativa. È uno strumento per dare più visibilità ad una sfida di cui molti non conoscono neppure l’esistenza. È una fonte di guadagno per una causa sociale che, come tutte, ha bisogno di fondi.

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Qual è quindi il segreto di È buono?

Sostenibile– il progetto è un’impresa sociale a carattere di franchising, avviata con investimenti importanti provenienti da diversi sponsor. Il prodotto è elaborato seguendo i più alti standard di qualità e presenta un’alta redditività. Insomma, questo progetto è in grado di mantenersi da solo e di continuare ad esistere indipendentemente dall’aiuto esterno.

Accessibile– Dal processo di lavorazione del gelato alla gestione di un’impresa, i ragazzi possono intraprendere questo percorso di apprendimento svolgendo l’attività che più si adatta ai loro gusti e capacità: fasi di lavorazione molto semplici, quelle complesse, attenzione al cliente, marketing e gestione di un’impresa.

Partecipativo– il progetto riunisce l’esperienza della associazioni coinvolte, formate da ragazzi che hanno vissuto un percorso di crescita “fuori famiglia”, e l’esperienza imprenditoriale di entità quali Costa Crociere, che ha prestato le conoscenze dei propri dipendenti per plasmare la strategia di crescita imprenditoriale di È Buono.

Eccellenza– le parole “sociale” e “giovani” possono mettere alcuni sulla cattiva strada. Nonostante l’obiettivo sia sì di carattere sociale, non si tratta di prodotti stile vendita di torte per la raccolta fondi. Gli ingredienti e la preparazione puntano all’eccellenza, come prova la presenza di un consulente quale la Gelato University Carpigiani Bologna.

Preparazione al mondo del lavoro– Per un ragazzo di 18 anni uscito da un circuito di protezione e tutela, l’inserimento diretto nel mondo del lavoro può non andare così bene come si vorrebbe. È Buono fornisce l’opportunità di muovere i primi passi con l’assistenza di un tutor e accompagnatore che non solo insegna a fare il gelato, ma anche lezioni di vita fondamentali sia dentro che fuori il mondo del lavoro.

Ingressi e indipendenza– Grazie al lavoro nella gelateria, i ragazzi cominciano a guadagnare e risparmiare per far fronte a tutte le spese che devono affrontare una volta terminato l’appoggio economico a loro fornito in precedenza.

Sia Casa Mantay che le comunità della Consulta Diocesana cercano volontari! Fate circolare!

  • Esperienza di volontariato a Casa Mantay- link
  • Servizio Civile nelle case della Consulta Diocesana- link

Foto: Google e LAFF

Adesso ci chiamano #NEET

Adesso ci chiamano #NEET

Italia al primo posto per numero di giovani NEET (Not in Education Employment or Training). I dati sono sconcertanti e ci obbligano a guardare dritto negli occhi il fallimento di un sistema che è stato in grado di produrre simili cifre. E ricordiamo che dietro ogni cifra c’è un giovane tra i 15 e i 29 anni che vede le sue speranze per il futuro naufragare tra centinaia di tentativi frustrati di trovare lavoro e farsi una vita. NEET è un’etichetta con la quale definiamo un gruppo piuttosto eterogeneo di persone: ci sono NEET attivi, che fanno di tutto per cavarsela (volontariato, lavoretti, etc) e ci sono NEET inattivi, che non sono partecipi della società e che non sanno proprio come uscirne. Nessuno sa bene contro chi puntare il dito: sarà colpa dei genitori troppo protettivi? O la scuola che non ci prepara ad affrontare la vita? Nonostante l’Italia detenga questo triste primato, l’emergenza NEET è riconosciuta a livello europeo. I ragazzi con cui ho lavorato io per un paio d’anni erano londinesi,  nati e cresciuti in quella grande città dove molti italiani si rifugiano in cerca di opportunità. Eppure i nostri ragazzi, quelli del centro dove lavoravo, le opportunità non le vedevano, non le cercavano, oppure semplicemente non vi sapevano accedere.

Imparando con i NEET di Londra

La sfida nel nostro lavoro con i NEET, quelli più inattivi ed esclusi, era rintracciarli.  Normalmente, quando hai un progetto che  interessa ai giovani vai nelle scuole o nelle università, nei centri sportivi o, nel contesto londinese, nei youth centres, cosa che noi eravamo, almeno in parte. Ma i NEET dove li cerchi? Molti non sono raggiungibili neanche tramite internet ed i social, che non usano, o usano solo nel contesto molto ristretto delle loro amicizie. La nostra strategia più efficace era il passaparola. Quando un giovane (anzi, diciamo una giovane, perché noi lavoravamo solo con ragazze, le più difficili da raggiungere, secondo le statistiche) veniva al centro, attirata dai corsi vocazionali con diploma che offrivamo, da un evento, o anche solo per accompagnare la sorellina alla lezione di danza, noi eravamo lì, la porta aperta, pronti a chiacchierare del più e del meno, a renderci disponibili, qualsiasi cosa, noi siamo qui. Tra una chicchera e l’altra spiegavamo cosa potevamo offrire, la invitavamo a tornare, a lasciarci il numero. E se tornava, se rispondeva alle chiamate, il primo passo l’avevamo fatto! Se la ragazza si inseriva, partecipava e captava il messaggio, allora diventava lei stessa agente di cambio, e passava parola tra gli altri membri della sua comunità e così le fila di quelli che potevamo aiutare s’ingrandivano.

Ma le sfide non finivano lì. Queste ragazze avevano tanti altri ostacoli da affrontare prima di cambiare veramente il loro ruolo all’interno della società. Tanto per cominciare, mancava loro l’abitudine alla costanza e alla determinazione. Reduci di un percorso scolastico tutt’altro che brillante e circondate da esempi di vita un po’ sbandati, costava loro molta fatica assistere alle riunioni settimanali, presentarsi in orario, continuare con la ricerca di un lavoro nonostante i primi fallimenti, o addirittura presentarsi al lavoro che trovavano. Un secondo ostacolo era rappresentato dalle famiglie: sembra incredibile, ma è anche successo che i genitori stessi si mettessero tra noi e le ragazze, dicendo che facevamo perdere loro del tempo, che era loro dovere occuparsi dei fratellini più piccoli o dei nonni. Io rimanevo di sasso. Com’era possibile? Quelle ragazze stavano sprecando un potenziale enorme e correvano il rischio di rimanere nella trappola sociale dei sussidi a vita, e l’unica cosa che ci dicevano i genitori era che facevamo perdere loro del tempo. Come se pensare al proprio futuro fosse una perdita di tempo! Infine, si riscontrava una generalizzata mancanza di ambizioni realistiche. Il più delle volte l’ambizione era fare soldi, e basta. Certo, se nasci con poche risorse, e capisci fin da piccolo cos’è la povertà, il sogno è non dover continuare a vivere la stessa vita. Ma avere un’ambizione concreta, una passione, è ciò che veramente ti dà il potere di cambiare le cose. È come un’energia che ti permette di andare avanti, anche quando la situazione si mette un po’ male.

Quest’esperienza mi insegna che ci sono giovani che hanno bisogno di un aiuto o anche solo di una spinta ovunque. Anche in questa mitica Londra nella quale noi italiani ci rifugiamo per trovare le opportunità e la meritocrazia che non si trovano dalle nostre parti. Ma basta dare uno sguardo alle statistiche per capire che la Gran Bretagna, insieme a paesi europei ancora più meritevoli come l’Olanda, può insegnare molto a paesi come il nostro, dove il numero dei cosiddetti NEET arriva a superare i 2 milioni. La situazione economica a livello nazionale gioca senza dubbio un ruolo importante, così come il sistema educativo e la sua connessione con quello lavorativo. Ma ci sono altri aspetti della società di questi paesi che io, ed altre persone molto più autorevoli di me, consideriamo chiave in quanto giocano un ruolo importante nella vita di un giovane affinché questi possa cominciare ad appropriarsi degli strumenti necessari per cominciare a plasmarsi un’identità sociale e professionale ed infine trovare lavoro. Nel nord Europa, dove i NEET sono tendenzialmente meno, c’è una maggior spinta all’indipendenza: vivere da soli a meno di vent’anni, lavorare tutta l’estate dai tempi della scuola, prendersi sei mesi o più per vedere il mondo, armato solo di uno zaino. Tutto ciò porta i ragazzi ad una maggiore autocoscienza ed autostima, nonché maggior coraggio e determinazione rispetto a chi, come noi, tende a maturare più tardi e a vivere sotto l’ala della famiglia più a lungo.

Cosa ci manca?

Credo, basandomi su statistiche e letture, nonché esperienza personale, che ai cosiddetti NEET inattivi, ai quali manca ora accesso al lavoro, sia mancato in passato accesso alle opportunità di formazione corrette,  che non vengono solo dalla scuola! Non dubito neanche per un secondo che in tutta questa situazione la scuola abbia delle colpe: visto che ho meno di trent’anni, la scuola dei NEET l’ho fatta pure io, e parlo per esperienza. Non dubito che un po’ di colpa ce l’abbiano anche le famiglie. Ma al di là di queste istituzioni, la colpa ce l’ha la cultura attuale che non ci ha stimolato a dare di più, non ci ha indirizzato a cogliere le opportunità sul nostro cammino. Ci sono tantissimi modi diversi per cominciare a delineare un’identità professionale anche a 16-17 anni (e prima ancora). Ci sono i “lavoretti” da fare d’estate, c’è il volontariato, i corsi extra (di lingua, per esempio), lo sport, i centri giovanili e gli scout; ci sono i viaggi! E guardate che di tutti i backpackers che ho conosciuto, quasi nessuno gira il mondo con i soldi di mamma e papà, lo fanno con i risparmi che hanno accumulato lavorando durante le vacanze. E parlando di volontariato, se fatto con il servizio civile o con lo SVE, è pure pagato (vedi Questa nuova tendenza del volontariato all’estero). Queste opportunità di formazione extra curricolare, diciamo, possono aiutare nello sviluppo di tutt’una serie di abilità (le soft skills) tra le quali la fiducia in noi stessi, la capacità di ascoltare e farci ascoltare, il coraggio di cadere e rialzarci, nonché la determinazione per arrivare fino in fondo. C’è chi ci nasce, e chi no e la maggior parte di noi ha bisogno di uno spazio per imparare.

Ho da poco letto un articolo (link) incentrato sul tema dell’alternanza scuola-lavoro, nuova arma del ministero per connettere il mondo dell’istruzione a quello del lavoro. La critica che il giornalista muove al nuovo piano ministeriale è valida ed informata, ma quello che mi ha lasciato perplessa è stato il fatto che sminuisse un po’ l’importanza delle soft skills, a vantaggio di conoscenze importantissime, ma più teoriche, come spiegare il jobs act, o lo statuto dei lavoratori. È verissimo che tutti noi dovremmo conoscere a menadito i nostri diritti, e che dovremmo renderci conto, a anche livello politico, di ciò che succede nel mondo del lavoro, così come dovremmo conoscere bene, e non conosciamo, la nostra storia e letteratura. Ma quando uno ha venti e passa anni e cerca un lavoro, anche le soft skills sono fondamentali! E non perché possa essere il candidato perfetto per vendere patatine al McDonald’s con un sorriso (vedi l’articolo a cui mi riferisco), ma perché queste gli servono per imbarcarsi, e persistere, nella ricerca di un lavoro, un qualsiasi lavoro! Mi piace pensare alla ricerca di un lavoro come ad un progetto: uno deve aver ben chiaro l’obiettivo, le risorse di cui dispone e quello che gli manca; se non riesce a raggiungere l’obiettivo, fa marcia indietro e cambia la strategia. Per tutto ciò serve autocoscienza e autostima, dalla quale deriva il coraggio di sbagliare e la determinazione per arrivare fino in fondo.

Una speranza, anzi due: uno, che un po’ di gente apra gli occhi e il sistema di formazione e preparazione al lavoro cominci a cambiare; due, che, se nonostante tutto le cose non cambiano, i giovani comincino ad andarsele a prendere da soli le occasioni, che si può, basta che credano in sé stessi. In bocca al lupo a tutti quelli che cercano lavoro!